XXL. La promozione Lidl, Marlon Brando e il romanticismo

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Credo che il romanticismo sia morto diversi decenni fa. Poi, come molte altri aspetti legati alle nostre “usanze” più radicate, è semplicemente sopravvissuto a se stesso. Zombizzato. Reincarnato in pose o atteggiamenti che di romantico non hanno nulla. O meglio, che di romantico conservano soltanto minime parvenze. Sentori da poco, sufficienti quel tanto che basta per essere riconosciuti e individuati, ma non per essere “inglobati”. Dopotutto, la società consumistica occidentale si fonda chiaramente su questo preciso aspetto: suggerire al consumatore una parvenza individuale affinché esso si senta protetto, salvo non concedergliene mai l’esclusività. Così che la catena della ricerca dell’oggetto stesso (ovvero del consumo) non si arresti mai. In un certo senso, vivere è capire questo gioco infinitamente più grande di noi. Orchestrato da organizzazioni economiche con poteri e disponibilità superiori a qualsiasi stato, interessate a ingrandire i loro poteri e le loro disponibilità per mezzo di minuscole formiche. Formiche che, se non si fosse ancora capito, siamo noi consumatori.

Solitamente il primo approccio con la comprensione di tale meccanismo avviene con la scoperta che Babbo Natale non esiste (ci fosse ancora qualche lettore convinto della sua esistenza, si rassegni: il vecchietto alcolizzato che gira con le renne è un’invenzione di fantasia). Babbo Natale, infatti, è la combo perfetta: ricreato a tavolino da una multinazionale al fine di implementare le vendite (Coca Cola), Babbo Natale accentra su di sé un sacco di tradizioni tanto pagane quanto religiose, riuscendo nell’impresa di mettere d’accordo un po’ tutti. Soprattutto di farlo a favore di un consumismo sfrenato capace di far impennare le vendite di diverse tipologie di prodotti. Dimostrando così che, quando si tratta di spartirsi la torta, il consumismo è decisamente democratico, lasciando decidere autonomamente (?) al popolo il modo di scialacquare i propri soldi. L’adipe caldo e accogliente di Babbo Natale, in questo, è sicurezza e premonizione. Da una parte comunica protezione e accoglienza, dall’altro preannuncia ciò che sarà di una società consumistica sempre più votata allo sperpero, all’accumulazione inutile, al junk food e a dei gusti estetici tanto omologati quanto discutibili. Quando vi troverete faccia a faccia con l’ennesima immagine di Babbo Natale, non ridete soddisfatti e inteneriti dalla suo volto pacioso. Pensate che quello sarà il vostro futuro se non vi sbrigherete a mettere in atto una exit-strategy. In parole povere, trasformate Babbo Natale nel memento mori del consumismo. Sarà la vostra salvezza, fidatevi!

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Nel 1972 Marlon Brando stava girando in contemporanea due tra i film più importanti della sua carriera e, senza voler esagerare, dell’intera storia del cinema. “Il Padrino” di Francis Ford Coppola e “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci. Pochi lo ricordano, ma il Brando degli anni ’70 era un uomo sopravvissuto a se stesso. Dopo il boom degli esordi con Elia Kazan, Brando aveva vissuto un decennio di insuccessi (o di successi “relativi” che, nel gergo hollywoodiano, non è troppo diverso), dovuti all’erronea scelta di film, a incassi al botteghino tutt’altro che eccezionali, e a un’eccentricità fuori dal grande schermo non sempre perdonatagli dai media. Il talento era sempre lo stesso, poche storie, solo Brando non era più quell’attore dal tocco magico capace di far lievitare gli incassi solamente con la sua presenza in pellicola. L’aspetto più curioso era che, a discapito di tutto ciò, Brando non sembrava preoccuparsene minimamente. Seguitava, infatti, nei suoi atteggiamenti sprezzanti e borderline. Incurante di tutto un insieme di “accortezze” che avrebbero potuto rendergli più agevole la firma di nuovi contratti, capaci di proiettarlo nuovamente nell’empireo degli attori mondiali. Tra i vari aspetti che Brando sembrava trascurare, il più marcato era quello del fisico. Il Brando degli anni ’70 era un Brando appesantito dal cibo, piuttosto che dalla vita. Un Brando imbolsito, decisamente diverso dal Brando statuario di inizio carriera.

tumblr_mseefzzmmK1sgfgfto1_1280Ciò si vedeva più che altro nel busto e nell’adipe, non nel volto che rimaneva sempre profondo ed espressivo. Un fisico, insomma, non più adatto a qualsiasi ruolo, bensì un fisico che correva il rischio di precludergli numerose interpretazioni. Non a caso Brando aveva iniziato a “lottare” per ottenere parti di spessore. Cosa cui non era abituato da diversi decenni. In tutto ciò, Marlon Brando sembrava muoversi senza troppe paturnie. Se per il ruolo di Don Vito Corleone il suo corpo non era affatto un problema (anzi, si troverà a recitare con delle protesi dentarie per appesantire le guance), ben diversa era la situazione per il ruolo di Paul in “Ultimo tango a Parigi”. Bertolucci ricorda senza mezze misure la difficoltà nell’inquadrare Brando nel corso delle scene di sesso, così da evitare di riprendere la pancia di Brando che già ai tempi iniziava a essere decisamente pronunciata. Tuttavia la grandezza di Brando risiede nell’essere riuscito a traslare tutta la carica erotico/mortuaria che il personaggio di Paul doveva portare con sé, dalla fisicità pura all’aspetto gestuale del corpo e del viso. Agli sguardi, al volto tanto fintamente indifferente quanto realmente coinvolto. Ciò che era iniziato come un gioco sessuale finalizzato alla catarsi per la perdita della moglie, si doveva trasformare in un innamoramento reale. Un romanticismo fin troppo esplicito che muoveva le sue misure da un’iniziale negazione (attraverso il sesso) del medesimo.

L’altra notte, confezione di Birra Ignorante al mio fianco, ho rivisto per l’ennesima volta “Ultimo tango a Parigi”. Rimango sempre colpito dalla repentina inversione di ruoli che, a un certo punto del film, trova compimento. Se Jeanne-Maria Schneider possiede una cifra erotica tanto pulsante quanto (apparentemente) inconsapevole lungo tutto l’arco del film, la carica di Paul-Marlon Brando va spegnendosi via via che avviene la presa di coscienza della sua voglia di iniziare una nuova vita. Finché Brando è un misterioso sconosciuto che “inizia” al sesso la giovane borghese Jeanne, il suo fascino dilaga sullo schermo proprio a partire dai gesti e dalle frasi tranchant con cui si esprime. Man mano che gli eventi lo porteranno a distaccarsi (necessariamente) da quell’immagine e a ricercare un contatto reale con l’amante, questa farà i conti con l’evidenza che, nella vita reale, il loro sarebbe un amore non tanto impossibile, quanto piuttosto infelice. Ecco quindi che, abbandonata carica erotica e sessualità, Jeanne gli preferirà Tom, l’insipido compagno di una vita. Un Jean-Pierre Léaud che, nella realtà delle riprese del film, non voleva nemmeno apparire in contemporanea con Brando causa soggezione nei confronti di quest’ultimo. Là dove il corpo lo aveva abbandonato, Brando era riuscito a rispondere con la bravura e l’arte (nel senso più puro del termine). La scena finale del suo corpo esanime rannicchiato su se stesso in posizione fetale dinnanzi alla donna che ha posseduto, annullato, amato, rincorso e da cui è stato ucciso sembra dirci sull’amore molto di più di quanto potrebbero decine di migliaia di biglietti modello Baci Perugina. La sensualità e il romanticismo (nelle loro accezioni più arcaiche), quindi, passano attraverso canoni (non soltanto estetici) che sembrano trascendere le più banali leggi di mercato e consumo. O meglio, che sembrano trascendere le ovvietà estetico comportamentali che decenni di film hollywoodiani ci hanno inchiodato alla mente. Certo, le eccezioni sono sempre dietro l’angolo, ma un Marlon Brando all’orizzonte non si scorge. Proprio no.Maria Schneider, Marlon Brando

Nei decenni successivi il fisico di Brando continuò la sua corsa verso il “disfacimento”. Se già per “Ultimo tango a Parigi” egli non fu la prima opzione di Bertolucci (si risolse a Brando dopo i rifiuti di Trintignant, Delon e Belmondo, il quale tacciò il film di “pornografico”), nemmeno per il ruolo più importante del suo personalissimo sunset boulevard era in pole-position. Parliamo, ovviamente, del colonnello Walter E. Kurtz di “Apocalypse Now” (1979), ruolo inizialmente proposto da Francis Ford Coppola a Jack Nicholson (il quale, curiosamente, era vicino di casa di Brando sul Mulholland Drive). Dopo il rifiuto di Nicholson, il ruolo ricadde su Brando, il quale inizialmente nicchiò, salvo poi accettare a patto che le sue scene fossero filmate in penombra per non far trasparire il suo notevole sovrappeso. Alzi la mano chi, guardando “Apocalypse Now” (o, ancor meglio, la versione Redux), si è interessato/ha dato importanza al fisico di Brando. Nessuno, per l’appunto. La follia immaginifica di Kurtz, la sua panica logicità, la lucidità tanto misteriosa quanto carismatica, l’insieme sostanziale di contraddizioni che il colonnello incarna e che, per contro, divengono le contraddizioni tanto di una guerra assurda quanto di una società che, dopo averlo creato, manda un suo “emulo” ad annientarlo, sono gli aspetti che colpiscono lo spettatore. Ecco: questo è Kurtz-Marlon Brando. E poco importa che il gioco di chiaroscuri di Coppola celi lo sfascio fisico del Brando-uomo. Tutto ciò che conta è la voce di Kurtz che, colpito a morte, sospira «L’orrore…l’orrore». Come un’illuminazione su ciò che avverrà in un futuro nemmeno troppo remoto e, allo stesso tempo, come una rivendicazione sull’assurdità di una morte cui il ciclo della vita lo aveva già destinato. Una morte in cui le alte sfere militari (non troppo diversamente dalle grandi plutocrazie sopracitate) non avrebbero dovuto avere voce in capitolo. E non tanto per l’azione in sé, quanto più perché tale azione comporta un giudizio etico-morale al quale Kurtz non può far altro che ribellarsi. «Non avete il diritto di chiamarmi assassino» afferma con decisione Kurtz. «Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi».18837714.jpg-r_640_600-b_1_D6D6D6-f_jpg-q_x-xxyxx

Le scene di Brando in “Apocalypse Now” non credo durino più di mezzora. Eppure, in quel poco tempo che gli viene dato, in quelle poche battute che gli sono concesse, nelle poche inquadrature che gli sono destinate, l’attore impone tutto il suo carisma e la sua presenza scenica donando a Kurtz quell’aura di lucida follia che lo renderà un personaggio imprescindibile per chiunque voglia trattare la storia del cinema (e non soltanto del cinema sul Vietnam). Il tutto, con un corpo che era ben lungi dal possedere il physique du role adeguato. O, per lo meno, ciò che si credeva fosse l’aspetto estetico maggiormente rispondente al proto-colonnello Kurtz di Conrad. Per quel poco che contano i riconoscimenti, Brando non venne nemmeno proposto per l’Oscar al migliore attore non protagonista (cui venne candidato Robert Duvall nei panni del mitologico tenente colonnello Kilgore, quello del «mi piace l’odore del napalm al mattino»). “Apocalypse Now” rimase il suo ultimo capolavoro. Poi Brando si dedicò a cammei remunerativi e ruoli minori che non aggiunsero nulla alla sua carriera. Il primo luglio del 2004, dopo decenni passati in un corpo sempre più XXL, Marlon Brando si spegne a causa di una crisi respiratoria. Non credo che, in punto di morte, abbia pronunciato le “visionarie” parole del colonnello Kurtz. Immaginarlo non mi rende romantico. Mi rende, semplicemente, un coglione illuso.

Personalmente, da coglione non illuso, credo che la promozione “XXL” messa in atto dalla LIDL (in sostanza pacchi scorta di cibi e bevande varie a prezzi stracciati) abbia molto a che vedere con i mondiali di calcio. L’uscita della nazionale italiana, poi, non che importi molto alle alte sfere della LIDL, ha facilitato e incentivato tale promozione. Sei deluso dalle gesta dei tuoi “miti”? Annega i dispiaceri in alcol e bevande zuccherate. Sei depresso per un mondiale interrottosi dopo tre partite? Soffoca la malinconia in fritture maxi e spaghettate al sapore di Prozac e Roipnol.

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Il tutto in dosi XXL, ovviamente, perché la temperanza non va e non andrà mai di pari passo né con il dispiacere, né con il consumismo sfrenato. LIDL sforna così il pacco XXL della sua Birra Ignorante (estiva) di punta, ovvero la Perlenbacher. Ciò che penso della Perlenbacher lo potete trovare già su DOD, precisamente a questo link, tuttavia credo vada sottolineata un’iniziativa commerciale che permette di acquistare 8 bottiglie di birra da 50 cl (il formato perfetto per l’estate, ribadisco) a 3.49 euro. In sostanza, meno di 45 centesimi a bottiglia, un prezzo molto più che stracciato. L’unico inconveniente negativo è, a mio avviso, la presenza dell’apertura facilitata (nulla a che vedere, in ogni caso, con quell’hipsterata fluo della Tuborg), la quale oltre a sottovalutare l’evidenza secondo cui le mani sudate, tipiche dell’estate, non rendono agevole l’apertura manuale della Perlenbacher, elimina completamente l’aspetto romantico dell’apertura della birra con l’accendino (o con leve similari). Perché sì, perché siamo stufi di scorciatoie che ci rendano la vita più semplice, salvo poi puntare all’omologazione di cui sopra. Perché vogliamo soffrire, vogliamo faticare. Volgiamo imporre il nostro corpo provato dalle Birre Ignoranti a discapito di una banalità che ci porterebbe a essere infiniti doppioni in un album di figurine privo di una qualsivoglia tematica (per altro, al LIDL le figurine dei mondiali di calcio vengono vendute a 60 cent la confezione). Così da valorizzare l’aspetto unico e inimitabile che ci contraddistingue, ovvero quello di essere unici nella nostra essenza Birrignorantesca. Essenza che sbandieriamo come ultimo baluardo di genuinità a discapito di un mondo che di XXL ha soltanto il conformismo. Perché dell’apertura facilitata della Perlenbacher ce ne fottiamo, anzi, nonostante il semplice e meccanico gesto, le continueremo a bere stappandole con quante e più diverse leve possibile. Con i denti, con la carta, con lo spigolo dei muriccioli, con le chiavi dell’auto fino a scheggiarle tanto da ricorrere al maledetto doppione che non si trova mai. Perché, in quell’appartamento di Passy dopo la scena del burro e del discorso sulla famiglia, noi avremmo voluto vedere Marlon Brando afferrare la sua Perlenbacher e aprirla non con lo stramaledettissimo easy open, bensì con il medesimo coltello da burro. Schiumando accanto a Maria Schneider come aveva fatto pochi istanti prima. E lo stesso dicasi per il colonnello Kurtz che, nel leggere al capitano Willard l’articolo del “Time” sulla Guerra del Vietnam, avrebbe dovuto aprirsi una Perlenbacher gelata col dorso del machete, fottendosene di tutto e di tutti, pensando solamente al riflesso del suo volto malarico sul vetro diaccio della Birra Ignorante. In un gioco di specchi degno tanto di Hitchcock, quanto dei deliri teorici di Deleuze.

Non volermene, vecchio Marlon, se accosto due dei tuoi personaggi più leggendari a una Birra Ignorante da pochi soldi. Lo faccio per parlare di te, dei dieci anni passati dalla tua scomparsa e dei ricordi che, al solito, si affievoliscono con gli anni. Avrei potuto parlare di tutte le volte che sei stato la colonna sonora alle mie notti estive in cui il sonno (da solo o in compagnia) non voleva saperne di venire. Oppure di quell’appartamento vuoto e spoglio (che mi ricordava da morire il vostro “covo” a Passy) in cui non avevo burro ma bottiglie di Birre Ignoranti calde e umide come il Nung. E guardavo fuori dalla finestra, ma non c’era Parigi ad attendermi, né tanto meno un ultimo tango. Vorrei, ma sarebbero i miei ricordi, e non credo finirebbero poi con l’interessare chi sta leggendo questi sproloqui. Perché quel che conta, vecchio Marlon, è che quelli come te il romanticismo se lo portano cucito addosso come una seconda pelle. O meglio, come un imperativo morale che non ha nulla a che vedere con il fisico, con la moda, con il consumismo o con l’andazzo del mercato. Un po’ come accade a tutti noi, amanti delle Birre Ignoranti: ultimo baluardo di una resistenza che, pur spazzandoci, non ci troverà arresi in partenza.

Amore è tutto ciò che si può ancora tradire, scriveva Andrea Pazienza.

L’anarchia (amorosa) è la sola cosa che non ci tradirà mai.

Soprattutto se accompagnata da una Birra Ignorante.

Da stapparsi, rigorosamente, con fatica e dedizione.

Perché “accontentarsi” non sarà mai la cosa peggiore che ci possa capitare.

La cosa peggiore è, semplicemente, accontentare.

Traditori di tutti come Scerbanenco, ma mai di noi stessi.

by on 7 Luglio 2014

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