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Lo schifo delle parole, la dolcezza della Drachenturm 12 – o il ricordo della stessa.

258-384Cosa: birra ignorante latta da 500 ml

Nome: Drachenturm 12

Costo: 1,08 euro

Dove: “D-più”.

La verità è spesso (anzi, sempre) più cruenta dell’immaginazione. Tra le decine e decine di aforismi spuri di Kurt Cobain (quelli che, per intenderci, adornavano i diari delle superiori assieme alle pseudo-citazioni di Jim Morrison), direi che questo non sfigurerebbe. Come, a maggior ragione, non sfigura quello secondo cui «le parole fanno schifo, e tutto è già stato detto». Affermazione che, andando a ritroso a partire dal musicista di Aberdeen, potrebbe essere riscontrata in fase germinale quanto meno in un paio di dozzine di scrittori, filosofi, artisti, pensatori e alcolisti vari. Con la sola eccezione che, nel caso degli alcolisti, nessuno si assumerebbe la paternità di tale frase. E non perché non ne condivida il contenuto. Semplicemente perché, nei postumi di un dopo-sbronza, tale frase finirebbe nel buco nero delle frasi dimenticate. Quello che popola di innamoramenti subitanei, amicizie intermittenti, offese estemporanee e di un’infinità di altri propositi capaci di durare il tempo di una dormita fragorosa, un paio di Moment e qualche Maalox à la carte. Insomma, la verità e necessariamente cruenta, e il mondo è senz’ombra di dubbio ridondante. L’originalità è più un’utopia che una possibilità, e il sistema che ci circonda sembra essere ben lungi dal volerci proporre vie di fuga alternative alla scelta dei cereali per fare colazione al mattino, o al nuovo colore di abiti in ottemperanza dell’ennesima moda passeggera.

Le cose vanno, così, cari miei. E vanno male. Ma, in fin dei conti, nemmeno questa è una novità.

Sarà che fuori piove, sarà che questa mattina sono uscito in mutande per recuperare una gattina che ha tentato il bungee-jumping dal balcone, sarà che sto ascoltando i Bauhaus suonare “Ziggy Stardust” di David Bowie, sarà che questo cielo grigio plumbeo simil-Amsterdam non accenna a schiarire, rimane però il fatto che (luce o non luce) certe cose spiacevoli vanno dette. E vanno dette fuori dai denti. Dopo settimane di assenza, quindi, mi trovo a condividere con voi una verità tanto amara quanto ineluttabile: faccio sempre più fatica a trovare Birre Ignoranti degne di recensione.

Voglio dire, io ci provo! Giuro che ci provo! Esco di soppiatto di casa e frequento i peggiori discount di Caracas. Quelli dove un carrello su tre è arrugginito e una spesa su dieci è composta da vini in brik, poco più costosi di una bottiglia d’acqua minerale. Insomma, cari amici, io mi impegno! Mi impegno davvero per tenere alta la bandiera delle Birre Ignoranti e, in parallelo, quella di Discount or Die. Come diceva il buon Kurt, però, la gran parte delle Birre Ignoranti è già stata bevuta, e il dovuto ricambio generazionale non sembra essere all’ordine del giorno. Soprattutto, l’impressione è che lo stesso mondo dei discount stia cambiando e, con esso, l’assortimento e la predisposizione alle Birre Ignoranti. Quando i discount fanno a gara per proporre una loro linea di biscotti vegan (nulla contro i vegani, ovviamente) o per sfornare pane (surgelato) tutto il giorno, credo diventi lampante che qualcosa si sia rotto. O meglio, che i discount di cui parliamo non sono più quelli per cui ci eravamo emozionati e che, nei migliori anni del nostro fegato, ci hanno fatto innamorare di Finkbräu e Oranjeboom varie. Questo, però, non è un trattato di sociologia (spazio che, almeno fino a quando i discount non avranno le loro case editrici low-cost, rimane un terreno libero da conflitti di interessi), piuttosto la constatazione di un’amara evidenza. Come cantava Peter Murphy: all we ever wanted was everything. Quello che abbiamo sempre volute era tutto. E, nella fattispecie, un tutto colmo di Birre Ignoranti. Nella migliore delle ipotesi, invece, ci troviamo con un amarcord birrignorantesco nel quale ricopriamo il ruolo degli ultimi giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Baluardo di una resistenza tanto anacronistica quanto perdente sul nascere.

Di una cosa, però, voglio rendervi partecipi: personalmente ho sempre odiato i vincenti. Al primo gradino del podio ho sempre preferito lo scalino della piazza. Possibilmente con una bella confezione di Birre Ignoranti. Se devo soccombere, non voglio certo che ciò avvenga in balia di una sete terrificante.

Così sono andato nel discount più scrauso tra i discount scrausi della provincia. Quello in cui, per intenderci, vidi un tragicomico bottiglione di plastica, contenente 5 litri di vino rosso pugliese, alla modica cifra di 5 euro e 50. Una fulminazione etilica pressoché immediata mi confermava che, di fronte a tale ignoranza enologica, il parco birraio non mi avrebbe deluso. Ci sono andato, insomma, e non avevo trovato una sola Birra Ignorante che rispondesse ai canoni minimi di ignoranza che mi ero preposto. Anzi, con sommo dispiacere mi ero trovato di fronte a birre pseudo-artigianali in confezioni da 75 cl. Finte birre trappiste riproposte in chiave economica per i cultori della materia. Quelli che, potendo scegliere tra una cassa da 24 di Oranjeboom e un paio di birre belghe a tripla fermentazione rivisitate in chiave discount, sceglievano, inspiegabilmente, queste ultime. Tuttavia, mentre lo sconforto si prendeva possesso del mio cuore e mi avviavo a uscire mestamente dal discount senza aver acquistato alcunché (cosa che non mi capitava quanto meno da un decennio; quando cioè, all’università, mi dimenticavo di aver finito anche gli ultimi spiccioli), lo sguardo mi era caduto su una lattina di birra dall’aspetto familiare. Non tanto per il colore, quanto più per il logo. Mi ero quindi avvicinato alla suddetta e, superata la mia notoria diffidenza per le Birre Ignoranti in lattina, l’avevo afferrata e, senza pensarci troppo, mi ero diretto alla cassa. Di qualsiasi Birra Ignorante si trattasse, recensirla era diventato un dovere morale, questo era poco ma sicuro.

L’ho lasciata “decantare” un po’. Come si fa con le emozioni che più ci sono mancate. O con le esperienze. O con i tradimenti. L’ho lasciata decantare in frigorifero, insomma, tra altre birre da poco. Birre Ignoranti in bottiglia di vetro, vecchia passione ancestrale. L’ho lasciata decantare perché non ero pronto alle novità. Perché, in fin dei conti, anche se mi sembrava di aver già visto quella lattina da qualche parte, era pur sempre una sorta di mistero. Una scoperta che illuminava la mediocrità dell’offerta birrignorantesca contemporanea. In un certo senso, ero contento di cullarmi nelle mie consuetudini alcoliche. Aprire il frigorifero e stappare una Finkbräu gelata era diventato un gesto capace di conciliarmi con l’assurdità del mondo. Quello reale e quello dei discount. Tutto stava cambiando troppo in fretta. O meglio, tutto stava cambiando in una direzione che non avevo alcuna intenzione di percorrere. Perché, in un modo o nell’altro, ero riuscito a trovare il mio baluardo di resistenza. Baluardo impersonato da una Birra Ignorante capace di farmi dimenticare l’assenza di nuove leve. Di non farmi pensare al lento implodere di un mondo che, ai suoi albori, era stato tanto creativo quanto rutilante.

Poi, però, è accaduto l’imponderabile: ovvero la sete. Birra dopo birra, sorso dopo sorso, infatti, la cassa di Finkbräu era finita, e l’orario decisamente tardo rendeva impossibile qualsiasi tipo di approvvigionamento ulteriore. Voglio dire, in un piccolo paesino di una piccola provincia di un piccolo nordest dimenticato da un dio minore, trovare una Birra Ignorante (fresca) alle ore 23 di un giorno lavorativo è un’impresa ai limiti dell’impossibile. O meglio, è un’impresa impossibile, punto e basta. Così mi sono fiondato in cucina, deciso a ispezionare da cima a fondo il frigorifero alla ricerca di una birra. Una Birra Ignorante qualsiasi, costi quel che costi. E lì, dimenticata nel suo essere stata messa a decantare, ecco che appariva la Drachenturm 12: birra doppio malto da dodici gradi alcolici, con la precisa (e minacciosa) dicitura “super strong”. Ora, il perché abbia acquistato una birra da dodici gradi (e in lattina, per giunta), non è dato sapere. Diciamo che la curiosità era tanta. Curiosità di capire il perché quella lattina mi ricordasse qualcosa e curiosità di capire quale potrebbe essere il sapore di una birra con un grado alcolico più vicino al vino rosso pugliese da discount, che a una Birra Ignorante media. In più mi ero decisamente stufato di lamentarmi sempre di tutto e di tutte (le Birre Ignoranti), in quanto assenti e irreperibili. Non potevo ridurmi a rimpiangere la gioventù all’alba degli anni di Cristo. Perché, se davvero avessi iniziato a farlo, la china che mi avrebbe portato di lì a poco alla Birra Ignorante analcolica sarebbe stata ben tracciata.

Così ho rimesso sul giradischi un vecchio vinile dei Bauhaus, e ho sollevato la linguetta della lattina da 500 ml di Drachenturm 12 (che, dal disegno stilizzato sulla confezione e dalle mie rudimentali nozioni di tedesco, significa: torre del drago), deciso ad assaggiarla. L’ho fatto memore degli anni passati, quando i soldi erano pochi (oddio, non che le cose siano cambiate di molto!) e si puntava all’acquisto di casse di Bavaria 8.6 nelle sue più disparate versioni (che poi, non ho mai capito perché si chiami Bavaria 8.6 se il grado etilico è 7.9°…). Perché il tempo era poco e la sete tanta, e i concertini o raduni o chissà quali altri eventi chiamavano, e ci si presentava alle ragazze con lo sguardo vitreo e la parlantina sciolta, offrendo sorsi di Birra Ignorante. Pronti a snocciolare perle di saggezza degne della citazioni spurie di Jim Morrison o Kurt Cobain che adornavano i loro diari. Insomma ho portato le labbra alla lattina di Drachenturm 12, e ne ho ingollata un bel po’. Diciamo subito che, al primo assaggio, due cose mi hanno colpito: il sapore dolciastro della birra (che, unito al metallico della lattina, creava un contrasto di difficile definizione) e lo scarso grado alcolico che, magari ingenuamente, aspettavo più crudo e marcato.

Lo confesso, non sono riuscito a ripropormi in un altro sorso direttamente dalla latta, così ho recuperato un vecchio bicchiere di vetro (sottratto al termine di chissà quale nottata balorda) e ho versato il contenuto della Drachenturm 12 al suo interno, deciso a completare la prova d’assaggio secondo modalità più accettabili. Le sorprese, però, non sono state clamorose. Diciamo che, sparito il retrogusto di alluminio, la birra restava comunque dolce (curiosamente, tra gli ingredienti, compare la dicitura “sciroppo di glucosio”, la cui funzione dubito sia fermentante). Anzi, troppo dolce! E ciò cozzava con quanto riscontrato in precedenza, ovvero il grado etilico che difficilmente avrei ritenuto raggiungere i 12°. Così, nel bere la Drachenturm 12, mi trovavo schiacciato tra i due estremi di una birra dal sapore dolciastro, la cui invadenza sul palato faceva sì che il grado etilico passasse in secondo piano. Ho dato poi un altro sorso, e ho visto che, a discapito della sete, il bicchiere era ancora ben colmo. Si fosse trattato di una latina di Finkbräu o di Hollandia, credo sarei stato già intento a sollevare la seconda linguetta. Insomma, amici cari, la Drachenturm 12 non scendeva, e io mi trovavo a fissare la lattina dorata con l’immagine stilizzata di un drago che sovrasta una torre, pensando al cavaliere nero della Finkbräu che, senza ritegno, l’avrebbe certamente infilzato come un pollo allo spiedo. Poi, però, nel colmo dei miei deliri, e con il livello di Drachenturm 12 che non accennava a diminuire, mi sono ricordato dove e quando avevo già visto quell’immagine. E lì, amici cari, tutto era diventato nuovamente chiaro.

Amsterdam, metà degli anni zero. Ci ero finito per lavoro. Alloggiavo in una palazzina a qualche decina di chilometri dal centro cittadino. Dodici piani di monolocali studenteschi. Dodici monolocali per piano. Sei palazzine a dare forma al campus. Esclusa la spesa, vi erano due modi principali per approvvigionarsi di Birre Ignoranti: prenderne una dal frigo comune (la tattica era semplice, si segnava la birra presa, la quale sarebbe poi finita nel novero delle spese singole di ciascun monolocale) oppure scendere alla caffetteria del campus: una sorta di pub dall’illuminazione approssimativa la cui principale peculiarità (oltre al cibo scadente) era quella di chiudere a orari ben più simili a quelli di un centro anziani che a quelli di un locale universitario. Una volta esaurite queste due opzioni, in presenza di sete atavica, l’ulteriore alternativa era quella di inforcare la bicicletta e dirigersi alla ricerca di qualche night shop bengalese, rintracciabile nell’arco di qualche chilometro. Così, in una di queste serate insonni, ritrovatomi senza alternative etiliche alle ore 23 di una giornata lavorativa, ero finito nel night shop più vicino e, pescando dal frigorifero espositivo, avevo preso in mano una lattina dorata, con la dicitura “super strong”. Non ci avevo pensato molto su e, basandomi più sull’estetica che sull’essenza (come per le emozioni, o le esperienze, o i tradimenti), avevo fatto incetta di lattine, alternando diversi colori e numeri. Ero un ragazzino ben distante dallo scoglio dei trent’anni, e quelle cifre e lettere e disegni e colori ignorantissimi esercitavano su di me un’attrattiva inconfessata e inconfessabile. Le avevo portate a casa, quelle lattine, fresche e colorate. Ne avevo aperta una, quella dorata, all’interno del mio monolocale. Guardando fuori, nella notte di un piccolo terrazzino di un piccolo campus universitario in una piccola periferia di una grande città europea. L’avevo bevuta, ed era dolce. Dolce come una certa nostalgia di casa. Come una certa voglia di comunicare nuove idee. Era dolce e dorata. Era Drachenturm 12. E, come avrei ricordato a quasi un decennio di distanza, non riuscivo a capire come potesse avere 12°. Non avevo bicchieri di vetro in quel piccolo monolocale. Così versai la birra nella tazza che usavo per le zuppe disidratate, e la bevvi sorso dopo sorso. Con difficoltà. Cristo, come avevo potuto scegliere una birra così dolciastra! Prima di andare a letto, per giunta. Allora mi ero messo a scribacchiare qualcosa al computer. Poche frasi. L’inizio di una storia che mi urgeva dentro da diversi mesi. Le avevo scribacchiate su una pagina bianca. Battendo sulla tastiera come il dolciastro della birra che mi batteva sullo stomaco. Ripensandoci, ne sono certo, devono essere state frasi orribili e sconclusionate.

Eppure, ora, all’alba degli anni di Cristo, e sorseggiando con la medesima difficoltà una Drachenturm 12, mi sembra quasi si ricordarle, quelle frasi. Ricordarle pur senza saperne il contenuto. Parlavano di una certa ingenuità. Di una voglia di fare che superava la materia stessa che si voleva plasmare. Di un’urgenza che puntava molto più all’estro che all’essenza. O alla forma. Erano frasi che assomigliavano a gesti. Gesti immediati e sconclusionati, come quello di uscire in una sera di Amsterdam alla ricerca di un night shop e fare incetta di lattine di Birra Ignorante. Rigorosamente colorate. La sinestesia dello sguardo degli anni dolci che si fonde al sapore dolciastro di una Birra Ignorante. Ed è subito adolescenza protratta. Sorriso tenero come ai concerti quando, dopo l’ennesima lattina passata di labbra in labbra, ti veniva da chiedere scherzando se davvero contava come un bacio. Bacio che, di lì a poco ci sarebbe stato.

Ma tant’è, e la lattina da 500 ml di Drachenturm 12 costa 1,08 euro presso i Discount “D-più”.

Lo so, le cose non dovrebbero mai finire così drasticamente. La verità non dovrebbe essere, parafrasando lo pseudo-Kurt Cobain, più cruenta dell’immaginazione. Eppure è così che voglio concludere. Perché il risveglio vi si impasterà in gola come dopo un sogno. E allora, passando la lingua sulle gengive, o sul palato, non vi chiederete come si chiamava l’ultima Birra Ignorante bevuta, piuttosto vi ricorderete che era dolce. Dolce come l’attimo esatto in cui vi siete guardati indietro e avete realizzato che quell’inizio, quell’assurdo e spietato e irrinunciabile inizio, era lì. Lì, in quel punto esatto del tempo. E poco importano i dati o le descrizioni. Poco importa se i gradi erano 12 o 8 o 6 o dio solo sa quanti. La precisione, quando si parla di ricordo, non è mai un pregio.

Piuttosto un limite.

Un inutile baluardo posto tra ciò che si percepisce pulsante, e ciò che si dovrebbe freddamente comunicare.

Meglio i colori. Le sinestesie di alluminio e sciroppo di glucosio.

Gli anni dolci, come nei disegni di Taniguchi.

Non gli anni chiari. Perché la chiarezza è un’arma a doppio taglio che vive nelle bugie di chi se ne fa portatore.

Dolci anni.

Dolci bugie.

Dolci chiarezze.

Dolci Drachenturm 12.

 

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