coop

Erano anni stupendi

11028423_10153106507016382_1810581120_oPer molto tempo ho attaccato bottone con le ragazze parlando di Birre Ignoranti e “Apocalypse Now”. Si trattava solo di prendere il là. Iniziare una conversazione. Spiattellare qualche aneddoto birresco. Parlare dell’odore del Napalm al mattino. Del foulard del tenente colonnello Kilgore. Vedere dove tutto ciò ci avrebbe portati. Spesso si finiva ammassati sui muriccioli esterni dei locali punk-rock della città. Luoghi di socializzazione e alcolismo in cui la maggior parte di noi ragazzi ha vissuto il rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Erano anni stupendi. Anni in cui si caricavano casse di birra sul sedile posteriore di un Pandino giallo crema e si finiva a bere, fumare e pomiciare in qualche paesino dimenticato da Dio. Dove si teneva chissà quale festa, o concerto, o sagra. Anche se, spesso, non si teneva proprio nulla. Il piattume della provincia ingurgitava e rivomitava ogni cosa, ricoprendo i sogni di bave di normalità. Eppure erano dei sogni bellissimi. Così vivi che, anche solo a ricordarli, mi sento scosso come da un fremito. Dubito di essere l’ultimo dei romantici. Probabilmente sono soltanto il primo degli illusi.

Se mi fermo a pensare a quel periodo, iniziato con gli ultimi anni del liceo e conclusosi con la fine dell’università, credo possa emblematicamente essere risolto da due scalini. Due scalini fisici, di marmo. Due scalini così simili nella loro composizione ma, in fin dei conti, decisamente diversi per il ruolo ricoperto nel corso della mia vita. Due scalini di due città di mare, per altro. Due scalini in cui mi trovavo, schiantato a terra, per motivi completamente differenti.

Anna l’avevo “conquistata” una sera di marzo, raccontandole la scena dell’interrogatorio su “Apocalypse Now” che Pazienza fa sostenere a Fiabeschi. La scintilla non era scattata sulla più banale dicotomia segno/apparenza, bensì sull’invito a «farsi proletariare la figa» mosso alla professoressa di cinema. Da lì il passaggio al film di Coppola era stato breve e l’adorazione per Brando ancor di più. Da Brando, in un assurdo rimando sinestetico, si era passati alle Birre Ignoranti e su di quelle ci si era fermati. Dopo quattro o cinque lattine saltavano in campo Nietzsche, Schopenhauer con la mamma un po’ mignotta, Freud che avrebbe dato due colpi a sua madre, Chino Moreno dei Deftones e i dischi dei Pink Floyd quando Syd Barrett non si era ancora fatto friggere del tutto il cervello dall’acido. Era andata avanti per un po’. Con una buona dose di follia post-adolescenziale che ai tempi pensavo fosse qualcosa di simile all’amore. Mi sbagliavo: l’amore è ben più difficile da raccontare. E mal si presta ad aneddoti che coinvolgono casse di Birre Ignoranti, fughe notturne, vetri appannati e poesie scarabocchiate su quaderni di appunti di letteratura latina. O forse no. Forse l’amore è tutto lì, e sono io che confondo (come Tondelli), l’amore con la vita.

Con l’inizio dell’università tutto era cambiato. Io andai a studiare a Padova, lei a Trieste. Due città così distanti (o percepite come tali) non resero certo più semplici gli incontri. Soprattutto se non desiderati da parte di entrambi. Ci si vide per un po’, per molto tempo ci si perse di vista. Mi svegliai un paio di volte a casa sua, dividendo il tavolo della colazione con lei, con le sue coinquiline e con un cerchio alla testa non indifferente. Della sua stanza ricordo più che altro la scrivania che si era fatta preparare dal padre: due cavalletti da pittore e un tavolo di legno. Ai tempi era follia minimale incrociata con penuria universitaria. Ora è un complemento di design irrinunciabile. La vita era meglio quand’era punk. Comunque li odiavo, quei cavalletti. Avevano i bracci che davano su letto, a sua volta schiacciato contro la parete. Un movimento errato e ci si ritrovava con un braccio di legno piantato in un occhio. O, alla meglio, sulla schiena. In ogni caso erano l’anticoncezionale perfetto

Per vederci affrontavo un viaggio in treno di più di tre ore. Prendevo il treno la mattina presto, lasciando ai miei coinquilini un biglietto di saluti e una moka di caffè pronta. A quell’ora la stazione di Padova era quasi solo popolata da pendolari e fattoni, ed era uno spettacolo non indifferente, soprattutto se la si raggiungeva dall’Arcella. Dopo più di tre ore scendevo a Trieste e mi incamminavo verso casa sua. Spesso puntavo a farle una sorpresa, e mi piazzavo sullo scalino di marmo antistante il suo condominio. Leggevo qualcosa per ingannare l’attesa. Di tanto in tanto bevevo un caffè doppio in un bar lì vicino. Sperando che Anna, di ritorno dalle lezioni, non salisse in casa senza che ci fossimo incrociati. I cellulari erano il male, e li evitavo come la peste. A volte fu contenta di vedermi. Altre volte le prese un coccolone. L’ultima volta, Birre Ignoranti in corpo, le prese la sbronza cattiva. Io, a malincuore, smisi di prendere il treno del mattino da Padova diretto a Trieste.

Anche Hanna si chiamava Anna, in realtà. Solo studiava a Venezia ed era forse la persona più lontana dall’Anna che andavo a trovare a Trieste. L’avevo conosciuta a una sagra di paese. Il colpo di fulmine scattò quando mi arrampicai su un muricciolo per vedere meglio i fuochi d’artificio. Fu un’impresa da poco, lo ammetto, ma ai suoi occhi devo essere sembrato un novello Barone Rampante. Ignorava, Hanna, che ero piuttosto un novello Barone Birra. Ci frequentammo fino alla mia laurea, che festeggiai a Venezia. Erano passati diversi anni, e Trieste era uscita dalla mia mappa sentimentale da un bel po’. Venezia si apriva come un nuovo panorama umano ed etilico, e l’idea di festeggiare lì la mia laurea, con Hanna e con gli amici, mi sembrava l’idea migliore. Anna mi scrisse auguri sentiti, da amica. Hanna si ingelosì. Anna mi disse che in fondo era sempre stata una stronza con me. Hanna disse che non lo era mai stata. Nel dubbio, prosciugato di soldi a furia di stampare tesi e offrire giri di grappe al miele ai miei amici (fui l’ultimo della giornata e, contando l’inizio di assunzione etilica da parte dei miei amici, credo che l’esimio professore che mi proclamò sentì il tanfo di grappette fin dal suo scranno), avevo comprato una cassa di Birra Ignorante, così da concludere degnamente quella giornata. Finimmo a bere a Campo Santa Margherita, seduti sui caldi e protettivi sanpietrini veneziani. Ricordo poco e niente di quella notte, se non un messaggio di troppo (ebbene sì, anche io mi ero convertito ai cellulari), un’inutile litigata. Una sbronza cattiva che da Anna, via telematica, si era trasferita a me. La voglia di stare solo. Eremita in un mondo di sociopatici. O, più semplicemente, illuso in un mondo di indifferenti. Sbronzo, ma pur sempre illuso.

Mi svegliai la mattina su un gradino antistante la Basilica dei Frari. Erano le sette. L’umidità ti entrava direttamente nelle ossa, e senza passare dal via. Credo che qualcuno mi avesse anche lasciato accanto due spicci, pensando che ne avessi bisogno. In effetti non mi formalizzai molto, ero reduce da una laurea, tutto mi era concesso. Comprai un vassoio di paste da Tonolo, indossai la faccia di bronzo del penitente e raggiunsi Hanna e gli amici che proprio non si erano raccapezzati di dove fossi finito. Non so come superammo l’impasse dell’evidenza che mi ero smaterializzato alle quattro del mattino e che ero ricomparso dopo sei ore con un vassoio di paste in mano. Nel dubbio, per farci scendere la sbronza, finimmo a nuotare all’isola di Sant’Erasmo. L’umidità si era trasformata in afa, un paio di Birre Ignoranti erano sopravvissute. Fu la laurea più bella della mia vita.

Anche con Anna andavamo a farci passare le sbronze con qualche nuotata. Solo, si andava a Barcola, carichi di birrette e occhiaie. Quando si tornava a casa, le occhiaie erano sì passate ma non lo stesso si poteva dire per la sbronza. O meglio, quella del giorno prima se ne era andata, sostituita magistralmente da quella del giorno corrente. Allora si finiva nella sua cameretta, ci si dava da fare, ci si incastrava il braccio del cavalletto sulla schiena. Si smadonnava un po’. Si rideva. Si tornava a bere, si pigliava un treno mattutino da Trieste, diretto a Padova. Si arrivava a Padova che era mezzogiorno. Di solito qualche coinquilino aveva sempre la brillate idea di andare al parco a seccare l’ultima cassa di Birra Ignorante. Come canta Robe Iniesta: salir, beber, el rollo de siempre!

Quei tempi sono finiti da più di un decennio. Quei tempi eroici, voglio dire. La vita ci ha trascinato dondolanti verso altre, nuove, follie. Follie di vetro e concretezza. Follie che non hanno più molto a che vedere con treni presi obliterando i biglietti accanto a fattoni e pendolari. O dormendo di notte davanti a storiche chiese di ancor più storiche città. Non so se la nuova, quasi asettica, follia che è la vita contemporanea sia poi davvero così distante dall’assurda (e a volte dolorosa) spensieratezza di quegli anni. Se i distacchi, i ricongiungimenti, le sbronze e le mattane fatte all’epoca siano davvero molto più “banali” degli addii, degli incontri, delle alzate di gomito o dei deliri che mi accompagnano ancora oggi. Il fatto che saranno i posteri a dare l’ardua sentenza, dopotutto, non mi consola. Né modifica la natura delle cose. Non cancella quel periodo in cui la mia vita era legata a doppia mandata a un gradino di marmo. A una cassa di birra comprata contando gli spicci. Alla musica che usciva fuori dalle casse scassate di un Pandino color giallo crema, sottratto con ogni mezzo possibile alle ben più pressanti impellenze di mia madre. Non so, davvero non so quali siano le somme da tirare. So soltanto che, parafrasando Montale, «gli addendi sono a posto, ineccepibili, ma la somma?». No, caro Eugenio, questa volta hai ciccato la domanda! Davvero conta la somma? È così importante risolvere l’equazione della fisica del ricordo? Fosse ancora tra noi il vecchio Paz, direbbe semplicemente che «la meccanica non gli interessa»! E questo è quanto.

Ripensandoci, tra le tante folli coincidenze di quei periodi “romantici”; credo che la sola costante fosse la Birra Ignorante. E non perché ne bevessi sempre e solo una marca, piuttosto perché quella da cui avevo preso “le misure” per attaccar bottone sia con Anna che con Hanna è stata per entrambe la mitologica Birra Birra: la birra più tautologica dell’universo, in vendita presso tutti i negozi del gruppo Coop.

La Birra Birra era una birra geniale (dico era, e poi vi spiegherò il perché): una birra che non aveva bisogno di orpelli o descrizioni (fatta salva la versione in vetro da 66cl in cui campeggiava la scritta “birra leggera”). Una birra minimale, piuttosto che asettica. La classica birra creata apposta per l’uomo che non deve chiedere nulla. Che non deve comunicare nulla. Che non deve ostentare nulla. La Birra Birra se ne sbatteva altamente del brand e di qualsiasi possibile declinazione identitaria. La Birra Birra era desiderabile in quanto tale. In quanto birra, appunto. Altro non si arrischiava a dare o comunicare. Non vi era nemmeno l’intenzione di spingersi più in là. Era così importante risolvere l’equazione della fisica delle Birre Ignoranti? No, alla Birra Birra la meccanica non interessava minimamente! E questo è quanto.

Tuttavia la Birra Birra non era esattamente uguale a se stessa, e proprio da questa sua dicotomia nasceva la sua forza di attrazione e la possibilità di declinare aneddoti birrignoranteschi. La versione “leggera” (lattina da 33 cl e bottiglia da 66 cl) veniva prodotta a San Giorgio di Nogaro, e contava soltanto su 3.8 gradi alcolici. La versione in lattina da 50 cl, invece, veniva prodotta in Germania (infatti, scritto a caratteri microscopici, prima della lista degli ingredienti vi era la dicitura “birra tedesca”) e poteva contare su un grado etilico di circa 4.8°. Insomma, a discapito dell’identico packaging (l’orribile moneta che ride color giallo malessere), la Birra Birra aveva ben due anime. Decisamente distanti quando non apertamente divergenti.

Ora, però, tranne sparute reminiscenze, della Birra Birra non c’è quasi più traccia. Nel circuito della GDO è stata sostituita dalla birra Waidbauer: una premium tedesca da 4.3 gradi etilici. Ironia della sorte, l’esatta distanza tra il grado etilico delle sue due precorritrici. La Waidbauer si trova in lattine da 33 cl e da 50 cl (a 39 e 49 centesimi di euro, rispettivamente) e il suo packaging celeste, per quanto apparentemente più “giovanile”, non è certo più gradevole della sopracitata moneta che ride su sfondo giallo malessere. Il duplice abbassamento/innalzamento del grado etilico, poi, ha fatto sì che la Waidbauer, pur restando una discreta Birra Ignorante, non sia né abbastanza forte (se si può chiamare forte una birra sotto i 5°), né abbastanza “leggera”. In sostanza una Terra di Mezzo birrignorantesca che non ha quasi nulla a che spartire con pesi massimi della categoria come Finkbräu, Grafenwalder, Oranjeboom o Hollerbräu.

Se nell’assenza di brand e nella sua medesima natura dicotomica stavano le regole dell’attrazione della Birra Birra, è nella piattezza dell’essenza stessa che si trovano i difetti della Waidbauer. Birra discreta, ma non svettante. Ignoranza accennata, ma non accesa.

Me la sono trovata sul tavolo di casa poche sere fa. Ad anni di distanza da quei periodi eroico-etilico-romantici. Me la sono trovata davanti, e tutto era diverso. Non si trattava più di fuggire, o cadere nell’oblio della follia alcolica. La resaca del giorno dopo non mi avrebbe mai depurato. Né, più concretamente, si sarebbe limitata a un solo giorno di presenza. Il suo scampanellarmi i timpani e i nervi sarebbe stato ben più insistente. Ero a tavola, insomma, e con me c’erano altre persone. Ero a tavola, e avevo una Waidbauer davanti. Tanto celeste quanto assurda. Non so come fosse finita sul mio tavolo. Credo l’avessi presa qualche mese prima, ma non avevo mai trovato la voglia né il tempo di berla. C’era sempre qualche Birra Ignorante da preferirle. Qualche ricordo annebbiato che non necessitava di ulteriori patine. La Waidbauer era sul tavolo, quindi, immobile di fronte a me. Le persone che mi stavano accanto chiacchieravano, pensavano ad altro. Non potevano rendersi conto di ciò che stavo vivendo. Di ciò che mi stava succedendo. Eravamo io, me stesso e il mio rimuginare su una Birra Ignorante che non berrò mai più. Su degli anni dolorosamente stupendi che mai più torneranno.

Allora ho aperto la lattina. L’ho fatta fischiare forte (per quanto mi permettesse la Waidbauer), affinché tutti sentissero che c’era dell’altra birra in campo. Sul tavolo giravano già quattro o cinque birrette differenti, tutte quasi agli sgoccioli. Solo la Waidbauer restava piena e fresca. Così ho iniziato a berla. Berla prima a piccoli sorsi, poi a grandi sorsate. Come la fame d’aria nel mattino del dopo sbronza. Le persone che si trovavano con me non davano peso a ciò che stavo bevendo. Continuavano a parlare e io non ne ero seccato, né dispiaciuto. Ero alla ricerca della mia Birra Ignorante perduta: quel che accadeva al di fuori di ciò non era poi così importante.

O forse no? Forse in realtà lo era. Perché la mia madeleine, lungi dall’avvicinarsi a quella di Proust, era una Birra Ignorante che non sapeva cosa voleva essere. Non troppo simile al suo ricordo per istillarmi il sapore del passato, non troppo diversa per scompigliarmi i piani per il futuro. Era una Birra Ignorante che si limitava a esistere. A rivendicare, con dignità, il suo posto nel mondo. Allora avrei voluto scagliarla a terra, gettarla via da me urlando che no, che non era possibile, che doveva esserci un maledettissimo errore. E invece no, non lo feci. Perché ciò che cercavo non era il sapore di una birra, o la sua consistenza o il suo grado etilico. Ciò che cercavo non era nemmeno il mio passato, abbarbicato in chissà quali diverse rimembranze tra una stanza universitaria a Trieste e una chiesa veneziana. Quello che cercavo non era nemmeno uno scomodissimo scalino di marmo, simbolo delle mie lotte e dei miei fallimenti romantici. No, quello che cercavo era semplicemente un colore. E, nella fattispecie, il colore giallo malessere della Birra Birra. La sua folle lontananza da qualsiasi legge cosmica per la promozione di un qualsiasi prodotto alimentare. Quel colore, allora, diventava l’ostentazione dell’indifferenza agli schemi preconcetti. Ed era romanticismo allo stato puro. Romanticismo così distante dai canoni da essere canone a sua volta.

Era il giallo del mattino di Padova, riflesso sulle obliteratrici della stazione.

Era il giallo del viso dei fattoni. Quello degli occhi già stressati dei pendolari.

Era il giallo della copertina della mia tesi di laurea. Il giallo della grappa al miele ingurgitata prima della discussione.

Era il giallo del riflesso del sole su Sant’Erasmo. Il giallo del costume da bagno.

Era il giallo sbiadito del Pandino di mia madre. Il giallo macilento delle albe di fine liceo.

Era il giallo che è il colore della follia. Il giallo dei limoni di Montale.

Era il giallo dei capelli di Zanardi. Il giallo della tavolozza di Paz.

Era il giallo del packaging della Birra Birra. Il giallo del foulard del tenente colonnello Kilgore.

Il giallo degli anni che furono, insomma. Anni di fughe e rivoluzioni. Alla ricerca, in fin dei conti, di qualcosa che avrei capito soltanto a un decennio di distanza. Qualcosa che era già nell’aria, e che aveva già intrapreso il suo percorso cosmico per arrivare al me adulto. Al me di una stanza poco illuminata, Waidbauer in mano, compagni accanto, musica in sottofondo.

Tutto era già scritto, avevo solo sbagliato alfabeto.

Cercavo lettere e parole.

Avrei dovuto puntare ai colori.

In ogni caso, anche se ci fossi riuscito, non mi sarei mai privato delle delusioni, piuttosto avrei sradicato il sapore delle sorprese.

E quello no, davvero non potevo permetterlo.

Skål!  

Leggi pure...