Uno degli argomenti che più mi perseguita nell’ultimo periodo è quello del “vecchio dentro”. Sarà che la maggior parte dei miei amici inizia, nemmeno troppo lentamente, a superare i trent’anni. Sarà che un mondo sempre più informatizzato e moderno porta, per contrasto, a sentirsi vetusti e âgée. Sarà che la forza centripeta dell’universo sta spingendo la mia generazione ai confini dell’impero. Costringendoli a una ritirata a tappe forzate simboliche composte da abitudini ricorrenti, vecchi film, vecchi dischi, vecchie letture, birrette sul divano e discorsi sui massimi sistemi. In ogni caso, qualunque sia la ragione di tutto ciò, devo dire che la locuzione “vecchio dentro” sta affollando le mie conversazioni. E lo sta facendo in una serie di declinazioni inaspettate. Declinazioni che passano dall’accusa, al coming-out, alla presa di coscienza, all’interrogazione filosofica e via discorrendo. Vorrei subito precisare che è una tematica trasversale. Una tematica che colpisce indistintamente amici e amiche e che, spesso, si risolve quasi con una rivendicazione gonfia d’orgoglio. «Sì, mi sento vecchio dentro e nemmeno cerco di nasconderlo!». Dopo il ventennio del giovanilismo imperante (e con un nuovo, drammatico, ventennio alle porte), chi mai avrebbe detto che avremmo sentito questa frase venir pronunciata con tale decisione. Quasi si trattasse dell’atto di accusa verso il mondo dell’ultimo dei giapponesi incastrato in un’isola deserta a combattere una guerra finita da decenni. Con la sola giustificazione che nessuno lo aveva avvisato che il “cessate il fuoco” era già stato sancito da un bel po’.

Per assurdo, credo che la colpa di tutto questo sia da ascrivere alla folle passione per il “futuro” che ci è stata instillata negli ultimi decenni. Dalla fine del secondo millennio in poi non c’è stato brand, politico, associazione para-religiosa, gruppo indie-rock, centro commerciale e via discorrendo, che non si sia sciacquato la bocca con la parola “futuro”. Sputacchiandola, poi, a destra e a manca per dimostrare come il progresso e la velocità degli avvenimenti necessitassero di uno sguardo sempre proteso in avanti. Ad acchiappare il futuro. A morderlo. Ad afferrarlo e ghermirlo. Insomma, tutto ciò che era passato non era nient’altro che un peso cui guardare con sospetto. Alla peggio, following the hipster way, qualcosa da scopiazzare e riadattare in chiave “modernista”. Con il rischio di trovarsi tra le mani qualcosa di completamente snaturato. Anzi, con il vanto che tale snaturamento fosse quasi un’invenzione di cui andare orgogliosi. Una sorta di metaphysical bug che, assorbito nel quotidiano, da spazio esclusivo (ovvero quello che ricercavano i veri hipster degli anni ’30) si trasformasse in regola. In sostanza il passato si proietta (svuotato di senso) nel futuro, assorbendo il senso di quest’ultimo. Il risultato è una sorta di vestito nuovo dell’imperatore: un ibrido senza capo né coda di un kitsch smisurato. E, come ricorda Kundera, il kitsch è la negazione della merda. Di negazione in negazione, inutile declinare ciò che resta.

Personalmente sono sempre stato più incuriosito dal passato piuttosto che dal futuro. Ciò non significa che manchi di una proiezione verso ciò che verrà, tuttavia ho sempre fantasticato su quanto avvenuto in decenni ben lontani dai miei. Cercando di capirlo. Forse interpretarlo. Subendone, insomma, un fascino propositivo e non claustrofobico. Prendere una boccata d’aria in una stanza impolverata a volte è ben più salutare che farlo in una fabbrica iper-moderna ma, allo stesso tempo, iper-inquinata. Mi è sempre piaciuto scartabellare vecchi libri o riviste. Cercare tra pile di dischi usati. Portare a casa giacche sbrindellate o cravatte inutilizzabili. L’ho sempre visto come lo scotto da pagare a un passato che trovo giusto venga ricordato. Un passato che, non credo in maniera poi così involontaria, ci viene invece intimato di dimenticare. Abbiamo aumentato lo spazio di archiviazione, ma non lo prendiamo in considerazione. Abbiamo accresciuto la nostra capacità di ricerca, ma ci affidiamo sempre agli stessi spider. Abbiamo moltiplicato le possibilità di riproduzione di qualsiasi oggetto (compreso l’oggetto d’arte), ma esasperiamo un consumo “mordi e fuggi” fattosi oramai insostenibile. Con la scusa della follia del futuro abbiamo perso la capacità di attendere. Il tempo, lungi dall’essere una risorsa, si è trasformato in una condanna. Rinascesse oggi, Proust si tirerebbe un colpo di rivoltella. O si farebbe un profilo Grindr, per cercare di ovviare all’assenza del materiale con la moltiplicazione dei corpi.

«Tutto questo pistolotto perché, Andreij? Ok, abbiamo capito la tua “passione” per il passato. La tua “ansia” per il futuro liofilizzato che ci viene venduto. Il tuo odio per l’hipsterismo dilagante. Le tue letture, o ascolti, o visioni o dio solo sa cosa, in salsa retrò. Ma spiegaci il perché di tutta questa prosopopea sproloquiante senza arte né parte! Cosa diavolo c’azzecca con le Birre Ignoranti? Cosa diavolo c’azzecca con l’arte di fare la spesa al discount? Cosa diavolo c’azzecca, insomma, con il motivo per cui si presuppone ti si stia leggendo? Perché, se così non è, ritornando alla tua passione per il passato ci viene da dire una sola cosa; ovvero l’incubo di ogni studente delle superiori: lei è andato fuori tema, signor Bakunin. E andare fuori tema, passato o presente o futuro, non è mai un buon biglietto da visita!»

Invece no, amici cari, perché il tema io ce l’ho ben fisso in mente. E necessitava di un’ampia introduzione per poter essere esplicitato in tutta la sua forza passatistica e rivoluzionaria. Affatto revanscista. Tutt’altro che reazionaria. Il tema, dicevo, io ce l’ho ben chiaro in testa, ed è un tema che mi è molto caro. E poco importa se ciò di cui andrò a parlare non si trova in tutti i discount dell’universo (anzi, con buona pace di molti, mi sa che alcuni di quei prodotti non si trovano nemmeno più nell’universo mondo). Poco importa se non si tratta dell’ultima scoperta in fatto di Birre Ignoranti (ma anche quelle arriveranno, fidatevi!). Poco importa se, per molti di voi, l’argomento di cui andrò a parlare accenderà la spia dell’amarcord. Magari spingendovi una lacrimuccia fin giù sulla guancia. Poco importa tutto ciò. Perché se il passato è una terra straniera, tanto vale esplorarlo fino in fondo. I villaggi vacanze e il turismo di massa hanno rovinato l’universo. Il passatismo si dipana quindi attraverso l’atto rivoluzionario di lasciarsi guidare dall’istinto. Dall’incoscienza più accesa. Tutto scorre. Tutto passa. Tutto, spesso, ritorna. Se non l’avete ancora capito (e, visto l’arzigogolata introduzione, dubito ciò fosse possibile) voglio parlarvi dei cari, vecchi, liquori di una volta.

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– Prunella Ballor: il primo liquore oldies di cui vi parlo non poteva che essere la Prunella Ballor. Questo nome non vi dice nulla? Bene, vediamo se questa clip vi risveglia la memoria:

 

La Prunella Ballor è il liquore di fantozziana memoria che Filini porta con sé nella disastrosa serata all’Ippopotamo. Quella dei mitici nove tassì (per una media di due e un quarto a persona) ordinati da Calboni per rientrare a casa. Va detto subito che le notizie sulla Prunella Ballor sono assai scarse. Uscita di produzione da un ventennio è ora reperibile soltanto su siti di aste online, per prezzi esorbitanti ben superiori ai 50 euro. Leggende metropolitane vogliono che le bottiglie residue di Prunella Ballor, alla luce dei vent’anni d’inattività, siano sostanzialmente tossiche e che il loro consumo sia sconsigliato. La prunella si ottiene a partire dall’infusione delle bacche del prugnolo selvatico, secondo un’antica ricetta della tradizione tosco emiliana. Il mastro distillatore piemontese Giuseppe Ballor (attivo fin dal 1865, e con una fama consolidata presso Cavour e i Savoia) recuperò la ricetta, aggiungendo così la prunella ai suoi numerosi vermouth e liquori. Attualmente la prunella non viene più prodotta, e il marchio Ballor è stato assorbito da un’altra società. Della Prunella Ballor, però, ci rimangono i ricordi, i dialoghi fantozziani e una bottiglia dall’inconfondibile forma schiacciata verso il basso. Per il suo gusto possiamo affidarci soltanto ai ricordi di chi l’ha davvero bevuta. Sperando di incontrare, tra un vagabondaggio etilico e un altro, qualche frequentatore dell’Ippopotamo che, ai “calboniani” scotches, ha preferito la “filiniana” Prunella. Un liquore, una dimenticanza.

it1– Rum Creola: non so se per voi vale lo stesso, ma la definizione di “rum fantasia” mi ha sempre angosciato. Cosa diavolo vorrà mai dire “rum fantasia”? Che è un rum immaginifico? Che è un rum fantastico? Che è un rum farlocco? Più probabilmente, visto l’utilizzo, sta a significare che, semplicemente, il Rum Creola non è rum. L’uso del Creola, infatti, avviene principalmente in ambito culinario e, nella maggior parte dei casi, per la preparazione di dolci e torte varie. Tuttavia non è da sottovalutare il suo utilizzo per la “correzione” del caffè. Pratica tanto vetusta quanto radicata, soprattutto nelle persone di una certa età. Se il rito della “correzione” del caffè si va mano a mano perdendo (ora si preferisce accompagnare il caffè con un bicchierino di liquore a parte), resistono intere schiere di nostalgici che, con il Creola, correggerebbero anche la pastasciutta. Dubito fortemente che il Creola si ottenga dalla distillazione della canna da zucchero, né che la sua produzione avvenga in paesi esotici come il packaging del Creola tende a suggerire. Il suo gusto dolciastro e il suo grado alcolico, però, sono ottimi per sopperire a tutti questi dubbi, così da rendere il Creola (oltre che uno dei liquori preferiti dai “correttori di caffè”) uno dei liquori preferiti dalle massaie che, con la scusa di preparare dolci per la famiglia italiana media, possono sbizzarrirsi in forme liminali di alcolismo domestico. Cuore di mamma.

 

l-5cwnznya4kh367– Galliano: la storia del liquore Galliano, dagli esordi, al successo fino alla lenta dimenticanza, è assai interessante per riuscire a capire una deriva tutta italiana. Creato nel 1896 dalla distilleria Arturo Vaccari di Livorno, il Galliano (con il suo tipico sapore di spezie e vaniglia) ha ottenuto una diffusione sempre crescente, fino a farlo diventare protagonista di numerosi cocktail nella ruggente America novecentesca, tutta lustrini, party, paillettes e consumismo. Anche in Italia il successo arrideva al Galliano, giallo e svettante nella sua tipica bottiglia a forma di piramide allungata. Poi, come accade con tutte le mode (anche con quelle etiliche), il lento declino. Il consumo di Galliano andò via via diminuendo nella sua stessa patria, portando alla vendita del marchio prima alla Rémy Cointreau francese, e poi alla Bols olandese, la quale risponde alle volontà del fondo di investimento ABN AMRO Capital. In sostanza uno dei più famosi liquori italiani al mondo è ora in mano a una banca, la quale ne gestisce le sorti e la diffusione. Eppure non è sempre stato così, e il Galliano finiva nei racconti di Salgari, nei romanzi di Fante, nelle canzoni di Capossela. Il suo dolce sapore di vaniglia era un gusto ricorrente nei fine serata degli anni ’80 e ’90, e non aveva nulla a che vedere con il proliferare indebito e standardizzato delle creme al whisky che ammorbano i post cena italiani. Ora, però, la sorte del Galliano è quella dell’emigrante. Negli Stati Uniti il brand ha discreta fortuna, giocando sull’immagine di un’Italia ridente e stereotipata. La sola cosa rimastaci come moneta di scambio: la suggestione, per l’appunto. L’eterno ritorno del mito italiota. Sembrava ieri quando «con un bicchiere in mando di Galliano / di poesia discutevamo». Dopotutto nemmeno Capossela è più lo stesso. Figuriamoci il Galliano.

 

– Advokaat: da non confondersi con il Vov (o con la crema all’uovo marsala), l’Advokaat è un liquore tipico olandese che, nel corso degli anni, è riuscito a raggiungere anche i banconi dei bar italiani. La fortuna, però, non gli ha affatto arriso (ecco qui la legge del contrappasso con il Galliano): una vera e propria meteora. Nonostante la base sia simile a quella del Vov, l’Advokaat ha una concentrazione di uovo ben più marcata, risultando così denso da necessitare quasi dell’utilizzo di un cucchiaino per essere consumato. In patria viene spesso utilizzato come liquore/dessert, ma in Italia tale pratica del “mangia e bevi” non ha mai attecchito, anche se l’utilizzo dell’Advokaat come zabaione rinforzato avrebbe potuto fare concorrenza al “bombardino” preparato con il Vov. Uno dei maggiori inconvenienti dell’Advokaat (che si trova in diversissime confezioni, prodotto da numerose case e a prezzi assolutamente abbordabili) è la separazione liquore/crema che, soprattutto nei prodotti di bassa gamma, avviene quasi sistematicamente. Si ha così a che fare con una sorta di budino giallastro navigante su un fondo di liquore alcolico e paglierino. Un iceberg al sapore d’uovo pronto a infrangersi sul Titanic del vostro stomaco. Collisione assicurata. Esterofilia (etilica) portami via!

 

– Select: lungi dall’essere uscito di scena (il Select è vivo e lotta assieme a noi!), l’aperitivo Select è un classico esempio sia di liquore geograficamente circoscritto (nel Veneto, principalmente, con tassi di consumo elevatissimi nella città di Venezia), sia di liquore in attesa di (ri)scoperta: Aperol docet. Mai come in questi anni, infatti, il “rito” dell’happy hour ha sancito il ritorno in auge di liquori spesso dimenticati piuttosto che di nuovi trend alcolici. Trend rispondenti alle esigenze di palati desiderosi tanto di novità quanto di standardizzazione. Proprio per questo, e in ragione della sua romantica storia di “venezianità”, non so se augurarmi o meno un boom del Select. In ogni caso il Select è un aperitivo nato a Venezia nel 1920 e ivi bevuto come correzione al solito “sprisseto” fin dagli albori. Non dolciastro come l’Aperol, non amaro e “carico” come il Campari, il Select è il perfetto compromesso per chi non riesce a decidersi tra i due estremi dell’aperitivo. Preferendo non sbilanciarsi né dall’una né dall’altra parte. Restando, però, fedele alla tradizione piuttosto che alla linea. Il solito “democristianon” veneto!

 

– Cherry Stock: così come dietro al Galliano, anche dietro alla mitologica Cherry Stock (un liquore al gusto di ciliegia che, come si vede nella pubblicità, era rivolto a un pubblico principalmente femminile…) si nasconde una storia di acquisizioni e delocalizzazioni. Perché, seppur duro da digerire, è un dato di fatto che la crisi morde anche le fabbriche di liquori. Fabbriche che, come qualsiasi soggetto economico del pianeta, non sono immuni a speculazioni finanziarie et similia. Storico marchio triestino, la Stock nasce sul finire del 1800, iniziando poi a crescere esponenzialmente nei primi decenni del ‘900. Stock 84, Brandy Original, grappa Julia, vodka Keglevich, Maraschino: marchi su marchi si sommano nel catalogo delle distillerie Stock, le quali si distinguono per pubblicità in grado di coinvolgere le maggiori celebrità dell’epoca. Anche se può sembrare assurdo ecco un Carosello dello Stock 84 datato 1966, presentato da Orson Welles, che vede come comparsa Silvio Berlusconi:

 

Nemmeno il Berlusca, però, poté sopperire alla crisi della Stock, la quale venne rilevata a metà degli anni ’90 da una società tedesca e da quest’ultima rivenduta a un fondo di investimento americano nel maggio del 2007. Complice il calo dei consumi di alcolici, la proprietà americana decise di delocalizzare la produzione, così ecco che lo storico stabilimento triestino chiuse nel 2012 dopo 128 gloriosi anni di attività. Attualmente la produzione dei restati marchi legati alla Stock avviene in Repubblica Ceca. Citofonate a cattedrali industriali: non vi verrà aperto.

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– Birra Wührer: da buon appassionato di Birre Ignoranti non potevo certo finire questa breve carrellata di liquori oldies senza citare nemmeno una birra! In tal caso si tratta addirittura di una birra storica. La Wührer, infatti, è stata la più antica fabbrica di birra italiana; vanto del Lombardo-Veneto prima, del Regno d’Italia poi e infine della nostra sgangherata Repubblica. Fondata a Brescia nel 1829 dall’austriaco Frank Xaver Wührer la fabbrica proliferò sotto la guida dei figli di quest’ultimo e, in particolare, di Pietro, patriota e volontario garibaldino nella terza guerra di indipendenza. Con il passare degli anni, però, le vendite calarono, e il marchio Wührer venne soppiantato da altri marchi nazionali e internazionali, finendo relegato a posizioni sempre più marginali. Nel 1981 la Danone (dio solo sa cosa c’azzeccano gli yogurt con la birra) acquisì il pacchetto azionario della Birra Wührer S.p.A., salvo poi cederlo alla Peroni nemmeno sette anni dopo. La Peroni (a sua volta passata al colosso SABMiller nel 2003) chiuse lo storico stabilimento bresciano, decidendo di tenere soltanto il marchio in attesa di tempi migliori. Attualmente la Wührer è ancora in circolazione, ma il suo spazio nelle nostre bevute Ignoranti è sempre più limitato e circoscritto. Quasi assente, direi. Là dove non osarono le truppe Austro-ungariche, riuscì la globalizzazione. La storia la scrivono i ricchi, non i vincitori.

Con la Wührer siamo giunti alla fine di questo breve amarcord etilico. Di liquori vetusti o fuori moda ce ne sono moltissimi in ogni parte d’Italia e davvero varrebbe la pena scoprirli tutti, donando loro lo spazio che, anche solo per un istante, meritano. Dal mio punto di vista ritengo ci sia sempre molto da imparare dal passato. Dal suo incedere (una volta lento, ora ben più cadenzato) verso un dimenticatoio inarrestabile. In fondo, credo che i liquori siano un’ottima metafora di ciò. La loro capacità di annebbiare la mente, di distorcere i ricordi, di modificare le percezioni non è troppo diversa dall’overdose di “irrealtà” che ci viene data ogni giorno dal vivere in una dimensione esterna e affatto tangibile come è quella multimediale. Dimensione che ci assorbe sempre più tempo ed energia, ma da cui fatichiamo a emanciparci del tutto.

Posto di fronte a quest’evidenza, amici cari, non posso non negare che sono stanco di ritualità vacue, di sbronze prive di cerchi alla testa, di dimenticanze storiche sistematiche.

Voglio i miei vecchi, annebbiati, ricordi.

Voglio la mia resaca domenicale.

Voglio il mio sentirmi vecchio dentro.

Voglio i miei romantici, unici, vetusti, impolverati liquori. Li voglio perché hanno una storia. Li voglio perché sono caldi. Li voglio perché sono vivi.

Perché, in questa loro essenza, fanno sentire vivo anche me.

E non soltanto per il grado etilico.

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