Balkan Pivo Tour 2014

 

COPERTINA

Premesse necessarie (ovvero di come smorzare un articolo fin dal suo inizio; speriamo nel recupero alla distanza):

– Il seguente articolo non ha alcun interesse geopolitico. Non vuole, quindi, dare giudizi storici o politici in merito a questioni decisamente delicate.

– Il seguente articolo non ha nemmeno interesse satirico. Non vuole irridere o criticare o fare scherno di situazioni, luoghi, eventi.

– Il seguente articolo ha solamente interesse documentaristico. Si propone, infatti, di raccontare un’esperienza così com’è stata vissuta. Con i suoi momenti di ilarità, riflessione o scoramento, i quali sono propriamente riflesso dei sentimenti dell’autore. Cioè di chi ha vissuto suddette esperienze.

– Per la realizzazione del seguente articolo non sono state utilizzate Birre Ignoranti imbottigliate in contenitori che non siano di vetro.

– Il seguente articolo parla di Birre Ignoranti Balcaniche, ma non solo.

1) Il Piano d’attacco

L’estate era stata uno schifo. Il meteo si era accanito con il nord Italia, traslando un clima pre-primaverile/post-invernale nella stagione che avrebbe dovuto mondare le fatiche di un anno di lavoro. Da maggio in poi, a mo’ di training autogeno, mi dicevo che sì, che questo sarebbe stato il mese giusto e che l’estate sarebbe finalmente arrivata. Ma no, perché l’estate, come Godot, non voleva saperne di arrivare. Io, però, tanto speranzoso quanto incosciente l’aspettavo. Per cause lavorative di forza maggiore le mie ferie erano slittate all’inizio di settembre. Circostanza che andavo rivalutano di settimana in settimana, dicendomi che, per la legge dei grandi numeri, una settimana di puro sole sarebbe finalmente arrivata. Il “piano d’attacco” era già stato deciso con largo anticipo: Croazia e Bosnia on the road; confidando che, dopo un rapporto “turistico” fallimentare con le coste istriane (tra cui vanno annoverati un ingresso negato causa dimenticanza della carta d’identità e un’intossicazione alimentare), puntare a quelle dalmate sarebbe stata la soluzione migliore. Così, dopo una mattinata domenicale di lavoro (tortura propedeutica all’agognata felicità, quanto meno nell’immaginario positivista che mi sforzavo di contemplare), eccomi in partenza per la Croazia. Destinazione: isola di Hvar.

Dell’isola di Hvar non sapevo nulla. E tanto bastava. L’idea era quella di fare delle vacanze a metà strada tra il ramingo e l’asceta, ovvero evitando i luoghi di massimo interesse turistico. Dedicandomi piuttosto alla lettura, alle bevute, all’ascolto di buona musica e alle nuotate in acque limpide. Decisi, così, di evitare a piè pari i luoghi più frequentati di Hvar, affittando un mini appartamento a Sucuraj (in italiano San Giorgio): un paesino di 300 anime sulla punta orientale dell’isola, a una mezz’ora di traghetto dalla costa. Nella descrizione datami via email dal nipote (studente fuori-sede a Zagaria) del proprietario, l’appartamento era a due passi dall’imbarcadero del traghetto. Ciò, sommato al fatto che Sucuraj-San Giorgio contava 300 abitanti, mi sembrò sufficiente a ipotizzare l’impossibilità di sbagliare destinazione. Fiducioso nei miei mezzi e nella resistenza della mia automobile mi misi in marcia.

2) Sucuraj

Il viaggio non fu troppo impegnativo. Dopo un breve passaggio per la Slovenia (patria dei maialini infilzati in girarrosti fumanti: attrattiva non di grande interesse per un vegetariano come me) mi si aprirono davanti le autostrade croate: dei “gioielli” della tecnica ingegneristica capaci di perforare la dorsale delle Alpi Dinariche così da evitare il percorso costiero di Istria e Dalmazia. Percorso di certo più suggestivo, ma quanto mai scomodo per qualcuno che, messosi già tardi sulla strada, voleva arrivare a destinazione prima di notte. Mi fermai solamente un paio di volte, per rifornirmi di carburante per l’automobile e di Birre Ignoranti per il sottoscritto. Verso le 19:30 di domenica sera, quindi (puntuale come un orologio sovietico), ero in fila all’imbarcadero di Drvenik. Birra Ožujsko nella mano sinistra, guida turistica della Dalmazia nella destra. Sopra di me il tramonto rosa e blu sembrava preannunciare l’apoteosi.

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Il traghetto attraversò lo stretto in un mare placido come l’olio, sbarcandomi a Sucuraj poco prima delle nove di sera. Non feci nemmeno in tempo a mettermi sulla strada che subito un signore sulla sessantina mi fermò, comunicandomi a gesti che era lui il mio ospite. Da cosa l’avesse intuito, non lo capisco nemmeno ora, tuttavia aveva azzeccato in pieno. Senza fare troppe domande mi indicò dove parcheggiare l’auto (sulla banchina stessa del porto, a meno di due metri dal mare) e mi mostrò l’appartamento, dandomi subito le chiavi di casa. “A pagare e morire c’è sempre tempo” dice il saggio, infatti il mio ospite non mi chiese nulla salvo la carta d’identità. In meno di mezzora ero nella mia stanza con una bella bottiglia di Ožujsko gelata in mano. Dal balcone la vista dava sul mare e sulla penisola di Pelješac (Sabbioncello), che impropriamente ritenni essere l’isola di Korčula per buona parte della mia permanenza a Sucuraj.

Andato a dormire con lo scivolare della lenta, lieve, brezza di gucciniana memoria, mi svegliai nel cuore della notte tra un frastuono di tende sbattute dal vento e pioggia a secchiate che si infrangeva sui vetri del terrazzo. Se il primo pensiero fu al bel freschetto che mi faceva dormire di gusto, il secondo fu rivolto all’auto parcheggiata a due metri dal mare. L’immagine di un cavallone che si piglia la mia auto trascinandola con sé dentro il porto di Sucuraj mi si stampò nella mente assopita dal dormiveglia, impedendomi di riprendere sonno per un paio di ore abbondanti. Che beffa del destino, pensai, se la mia vacanza terminasse così, con un nubifragio improvviso capace di inghiottire senza alcuna remora il mio solo mezzo di locomozione! Dopo un paio d’ore di deliri, illazioni su chi contattare per recuperare l’auto finita nel cuore del porto e domande se tale danno sarebbe stato coperto dall’assicurazione, mi resi conto che spostare l’auto era il modo migliore per prevenire qualsiasi genere di disguido. Così, nel cuore della notte, scesi nel porticciolo di Sucuraj e, dopo una bella secchiata di pioggia gelata addosso, spostai l’auto in un luogo più consono e tornai a dormire. Il vento e la pioggia, cessarono magicamente pochi minuti dopo.

3) Le spiagge

Il cammino per l’ascesi è fatto di piccoli, minuti, passi quotidiani. Non si può scegliere un luogo semi-dimenticato da dio e poi lamentarsi di questa sua condizione esclusiva. Avevo scelto la parte orientale di Hvar per fuggire al chiasso delle spiagge istriane, ma non potevo sapere che raggiungere le spiagge di Sucuraj non sarebbe stata un’impresa da poco. Scartai subito la spiaggia di Mlaska, appartenente al camping limitrofo alla cittadina (tenetela bene a mente, perché su quest’aspetto tornerò in seguito), memore della prima regola del viaggiatore. La quale suggerisce di evitare il ristorante e le spiagge di qualsivoglia campeggio. Iniziai così un percorso a ostacoli fatto di discese su strade sterrate, slittamento di pneumatici, fobie per rottura coppa dell’olio (tipo Carlo Verdone in “Compagni di scuola”), richieste d’informazioni a cittadini autoctoni (i quali, in sostanza, o annuivano meccanicamente o ripetevano il nome della spiaggia su cui chiedevo informazioni), colpi alla cieca. La maggior parte delle spiagge, infatti, era accessibile soltanto dopo alcuni chilometri di strada ripida e non asfaltata, condizione non certo ottimale per qualsiasi mezzo che non fosse una Panda 4X4. E la mia macchina, di fatto, non lo era. Altro problema era che le poche spiagge raggiungibili tramite strada asfaltata sembravano far parte di complessi abitativi (o meglio, dis-abitativi), che davano la strana sensazione di farsi il bagno a due metri dal muro cementizio della casa in questione. Certo, il mare era stupendo e limpido, però il senso di oppressione dato dal cemento armato era qualcosa che cozzava con la serenità che andavo ricercando. L’aspetto ramingo superava di gran lunga quello ascetico.

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Dopo quasi due giorni a tentare la sorte su e giù per Hvar (scartate le città più grandi per distanza e sovraffollamento), decisi di giocarmi il tutto per tutto e, prima di abbandonare Sucuraj con le pive nel sacco e rivolgermi alla costa dalmata “dura e pura”, provai la spiaggia del campeggio di Mlaska. Be’, amici cari, con mio enorme stupore scoprii una spiaggia di sabbia finissima e rocce, la quale dava su un mare limpido e celeste, con una vista magnifica sulla costa: un piccolo paradiso terrestre, funestato soltanto da irredimibili bambini germanici animati da smanie di revanscismo. Così, trovato il luogo adatto alla mia ascesi, potei dedicarmi all’aspetto “tecnico” della mia vacanza, ovvero quello di analizzare le Birre Ignoranti Croate.

4) Il lavoro “sporco”

Le principali birre croate sono tre: la sopracitata Ožujsko, l’arcifamosa Karlovačko e l’outsider Pan. Va subito detto che tutte queste birre si suddividono in svariate sottocategorie: radler, analcolica, scura e altre versioni più o meno speciali (ho addirittura trovato la “Hajduk 1911” birra ufficiale dell’Hajduk, squadra di calcio di Spalato). Per comodità mi sono limitato alla versione “base”, ovvero a quella più vicina all’archetipo di “Birra Ignorante” così come la consideriamo noi consumatori compulsivi da discount. La prima cosa che balza all’attenzione è il fatto che quasi tutti i supermercati croati (compreso quello della minuscola Sucuraj), a differenza di quelli italici, hanno dei frigoriferi nei quali le birre sono costantemente refrigerate. La malsana attitudine della birra calda come il brodo di Nonna Abelarda è quindi scongiurata da tale accorgimento, che rende e renderà felici tutti i consumatori di Birre Ignoranti. Un altro aspetto che mi ha colpito è il fatto che il prezzo delle tre principali “contender” è sostanzialmente lo stesso (meno di 1 euro per bottiglia da 50 cl), con differenze davvero infinitesimali tra l’una e l’altra. Non vi è, dunque, un regime di monopolio capace di abbattere clamorosamente il prezzo di una birra a discapito di un’altra. Né vi è una grande divisione qualitativo/quantitativa delle stesse. Il consumatore può scegliere liberamente la Birra Ignorante che più gli aggrada, senza doversi curare di differenze di prezzo tali da farlo desistere dall’acquisto di una a favore di un’altra. Personalmente la mia preferita resta l’ Ožujsko, che ho trovato molto vicina a certe lager tedesche. Un gradino sotto metto la Pan in versione 5°, mentre la Karlovačko, pur essendo forse la birra più bevuta in Croazia, l’ho trovata a lungo/lunghissimo andare un po’ ripetitiva.

Qualche piccola curiosità: in Croazia vige la cauzione per le bottiglie di vetro (si parla di circa 1 kuna, cioè poco più di 13 centesimi di euro), cauzione che varia a seconda della marca di birra e che viene scalata al momento della restituzione del “vuoto”. La pratica è curiosa non tanto in sé (è prassi consolidata in Germania, Austria, Belgio, Olanda e in molti altri paesi…), quanto più perché sembra che in Croazia il tasso di raccolta differenziata sia al 10%, ovvero si ricicla quasi solamente il vetro. A questo punto sarebbe curioso conoscere la percentuale di bottiglie di Birra Ignorante vuote che entrano in suddetta statistica! Un altro aspetto curioso (tipico, però, di tutta l’area balcanica) è il format del “boccione” da 2 litri di Birra Ignorante: un bottiglione di plastica inaffrontabile singolarmente non tanto per il contenuto, quanto più per la velocità di surriscaldamento. Come evidenziato nelle premesse, non mi sono azzardato a tanto, però è stato curioso vedere come ogni frigorifero avesse la sua “sezione boccioni”. Con tanti bei monoliti di birra bene in evidenza ad attirare le attenzioni dei Bevitori Ignoranti più famelici. In ogni caso, fosse anche solo per incentivare il riciclo, il vetro non deve soccombere alla plastica. Se ciò avverrà, non sarà certo con il mio contributo.

5) In viaggio

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Dopo alcuni giorni passati a Sucuraj (e scongiurato per un altro paio di notti l’inabissamento dell’auto) ho ripreso il traghetto diretto a Drvenik, in allegra compagnia di una comitiva di “Maggioloni” Volkswagen decappottabili. Cos’avessero fatto a Sucuraj e cos’avrebbero fatto una volta scesi dal traghetto è l’ennesimo punto interrogativo delle mie vacanze balcaniche. La presenza della colorata comitiva mi porta, però, ad affrontare l’argomento “automobili nella ex-Jugoslavia”. Perché, nella mia visione “romantica” di quei luoghi, mi aspettavo strade ricolme di vecchie Yugo e Zastava. E invece no: nonostante mi sia spesso addentrato in paesini lontani dalle strade principali, in una settimana di viaggio ho visto soltanto una Zastava (fuori da un’officina, per altro), mentre era tutto un fiorire di vecchie Golf e vecchi furgoni Volkswagen (i mitologici T2 e T3). Evidenza che se da un lato mi ha fatto sorridere pensando a come la vecchia “fetta di polenta” resti tuttora un mezzo estremamente pratico per trasportare ogni tipo di mercanzia, dall’altro mi ha fatto pensare a una sorta di damnatio memoriae per gli anni del Titoismo. Non tanto a livello storico, quanto più a livello sociale: piuttosto che una vecchia, comunistissima, Zastava, meglio una Golf scassata (possibilmente tamarrabile), simbolo di un ipotetico benessere di qui a venire.

Quest’aspetto mi sembrava tanto più evidente quanto più mi avvicinavo al confine bosniaco, dove le Golf o le vecchie Mercedes scassate sembravano fare il paio con i baracchini dei venditori di primizie locali: miele, fichi, rakije (grappe) e sottoli di ogni genere. Lo slittamento da un panorama “cittadino” a uno rurale era tanto palese quanto affascinante, e certe immagini (traslate in bianco e nero) non avrebbero sfigurato in qualche film del Neorealismo italiano. Nel complesso, la sensazione era quella di un mondo vecchio di qualche decennio, e nell’aspetto più puro e positivo del termine. Un contatto con una realtà contadina della quale ci siamo spesso scordati, abituati come siamo a scartabellare dépliant e volantini promozionali piuttosto che a tastare con mano gli alimenti che andremo ad acquistare.

6) Le tre “M”

Superata la frontiera mi dirigo a Mostar, tappa che sento quasi obbligata prima di raggiungere Sarajevo. Credo che molti di noi abbiano ancora nella mente le immagini o il racconto della distruzione del vecchio ponte di Mostar (Stari Most), avvenuta la mattina del 9 novembre 1993. Come specificato nelle premesse, non voglio entrare in questioni geopolitiche, tuttavia vorrei sottolineare (cosa che farò dettagliatamente in seguito, per un altro storico monumento-simbolo bosniaco) come la natura di certe azioni criminali non avesse carattere “strategico” o “bellico”; bensì puramente simbolico. L’annichilimento cosciente di un patrimonio culturale. Azione ritenuta necessaria per fiaccare lo spirito dell’avversario o per cancellarne le basi storicamente amalgamate su cui fonda la propria cultura. Cultura che è tanto più ricca quanto più è pregna di diversità e “irregolarità”. Irregolarità come quelle che caratterizzano il ponte di Mostar (la prima M), costruzione imponente e bellissima che andrebbe assaporata non soltanto per l’indubbia forza che le sue pietre trasudano, bensì per una storia leggendaria. La quale sarebbe riduttivo sintetizzare in poche righe.

Appena messo piede in città mi sono diretto verso il ponte, scoprendo mio malgrado come percorrerlo fosse una sfida pari a quella di passeggiare sul ponte di Rialto durante il carnevale di Venezia. Perché sì, perché con il passare degli anni il ponte di Mostar è diventato un’attrazione turistica di prim’ordine; un’attrazione caratterizzata non tanto da un turismo “post-bellico” o culturale (o, quanto meno, non solo), piuttosto da un turismo “collaterale”. Un turismo che non ha in Mostar la sua attrazione principale, bensì una sorta di “escursione” a corto raggio. Una mattinata/pomeriggio di evasione da quello che è il piatto principale del pacchetto vacanze: Međugorje. Già, Međugorje (la seconda M): luogo di turismo religioso distante meno di 30 km da Mostar. Patria di tutti i Paolo Brosio del mondo, punto di incontro di frotte di italiani (ma non solo) che, dopo il silenzio della preghiera, decidono di andare a berciare a Mostar. Incuranti del fatto che il dolore vissuto da quel ponte andrebbe tutelato da un silenzio altrettanto rispettoso. È una guida lettone a spiegarmi tutto ciò. Seduto con un boccale di birra Mostarsko in mano raccolgo la lucida descrizione di un pacchetto vacanze che non ha nulla di diverso rispetto a una visita alla Valle dei Templi o un tour a Pompei. In fondo, mi viene spiegato, è questo il turismo moderno. Assommare quante più attrazioni possibile nel minor tempo possibile. Un turismo mordi e fuggi fatto di paccottiglia, tappe forzate, bandierine alzate, macchine fotografiche digitali e selfie vari.

Un po’ nauseato da tutto ciò, finisco la mia Mostarsko e saluto la guida lettone, facendo tappa al Mercato (la terza M) di Mostar. E lì mi sembra quasi di riconciliarmi con la città. La vista del ponte è più distaccata, le bancarelle non sono ricolme di souvenir tutti uguali, i venditori mi invitano a bere i loro liquori vantandosi di come le loro rakije o i loro slivovitz non abbiano paragone. Bevo qualche cicchetto direttamente dal tappo di alluminio, richiamato freneticamente a destra e sinistra da questa o quella bancarella. Compro qualche bottiglia e guardo nuovamente il ponte. Mi sembra che anche la sua forma (l’arco “a schiena d’asino”, le due torri che lo delimitano) ricalchi una specie di M rovesciata (la quarta?). Quasi a dire che la negazione di quelle tre M unite dal mercanteggiare sia proprio l’essenza stessa del ponte. Le sue 1088 pietre tirate nuovamente su a più di quattro secoli di distanza. Lavorate con fatica secondo pratiche medievali, quando bastò la fredda violenza moderna ad abbatterle. Gettato in gola l’ultimo cicchetto di slivovitz mi metto nuovamente in viaggio. Direzione Sarajevo.

7) Sarajevo

I 130 km che separano Mostar da Sarajevo scorrono tranquilli su una vecchia strada statale che si arrampica all’interno della Bosnia-Erzegovina. Ampie vallate inframezzate da piccoli paesini danno la sensazione di un’immersione nel verde, non in quella che è la più grande città bosniaca. Poi, improvvisamente, le colline si aprono. La strada si allarga quasi in simultanea. L’ingresso in città è tanto imponente quanto grigio. Palazzoni post-sovietici si alternano a nuove costruzioni moderniste, vecchi quartieri titoisti si aggrappano a nuove strutture abitative che tradiscono i decenni di storia dell’architettura che li separano. Macchine ovunque, traffico caotico, nessuna Yugo o Zastava. Dalla targa mi sembra di essere il solo italiano. Sui muri grigiastri e anneriti delle case, di tanto in tanto, fori di proiettile. A volte coperti da strati di cemento o gesso, altre (spesso) lasciati com’erano un ventennio fa.

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Trovo una stanza in una pensione a poche centinaia di metri dal vecchio cimitero ebraico, sulla Skenderija: uno dei vecchi quartieri olimpici. Davanti alla pensione c’è ancora la struttura che ospitava il pattinaggio artistico durante i giochi invernali di Sarajevo 1984: una grande costruzione tirata su in fretta e furia con lastroni di cemento sovrapposti, nella migliore tradizione dell’edilizia post-comunista. Il centro dista circa un quarto d’ora a piedi e, dopo tutte le ore di automobile, sono ben lieto di camminare un po’. Raggiungo la Stari Grad (città vecchia) in poco tempo, e già sono immerso in un’atmosfera frizzante e multiculturale come mai avrei immaginato. Al netto dei soliti negozi di souvenir, l’impressione è quella di una città viva e coraggiosa, che cerca con impegno e fatica di rialzarsi da un colpo inflittole a tradimento. I minareti delle moschee svettano da entrambe le parti della Miljacka (il fiume che divide la città) e, guardando con attenzione, si possono trovare le vecchie chiese ortodosse e i templi ebraici, in un crogiuolo di religioni che rende la città una sorta di Gerusalemme in miniatura.

I segni della guerra sembrano meno presenti nella Stari Grad rispetto alle periferie. Un po’ perché questa parte della città è stata colpita di meno, un po’ per l’opera di ricostruzione portata avanti. I dati demografici della città pre e post bellica restano tuttavia paurosi, e dovrebbero bastare a far riflettere su come bastino davvero pochi anni di follia a distruggere secoli di civiltà e convivenza. Attraverso la città con passo calmo, senza una meta apparente. Dal centro si vedono le colline che circondano e avvolgono la città. Sarajevo sembra davvero quel “catino” di cui parlavano i C.S.I.: una confluenza obbligata per tutte le strade e viuzze che si inerpicano attorno a lei. Decido di salirne una e mi trovo a fare i conti con uno dei tanti cimiteri della città. Una delle cose che mi ha maggiormente colpito di Sarajevo è la sostanziale assenza di divisione tra gli spazi abitativi e quelli cimiteriali. I cimiteri, infatti, si ritrovano spesso addossati alle case, senza mura che li separino o inferriate che ne limitino l’accesso. In questo caso, mi ero trovato nel bel mezzo di un cimitero islamico, con le case collinari addossate alle lapidi di pietra bianca. Lapidi come tanti steli pietrosi che si innalzano dalla collina verso il cielo. Centinaia e centinaia. Mi siedo su una panchina sul ciglio della strada. Bevo qualcosa. La gente sale la collina. Mi saluta. Rispondo al saluto. Quiete. Una signora con il figlio si ferma a pochi passi da me. E lo fa, semplicemente, per parlare. Senza alcun motivo apparente. Mastica poco inglese, quindi devo decriptare il suo tedesco misto a linguaggio gestuale. Mi parla dell’assedio di Sarajevo, dei cecchini appostati sulle colline. Mi dice che le sono venuti i capelli bianchi. Che prima li aveva biondi come il grano, mentre ora sono bianchi e grigi come la cenere. Come le vie della città. Mi dice di scendere la collina e di visitare la Biblioteca nazionale. L’hanno aperta da poco, precisa, dopo una lunga opera di ristrutturazione.

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 Con il suo stile e la sua storia, la biblioteca spiega molto della città, sembra dire il suo sguardo. Io saluto e ringrazio. Le continua a salire la collina. Il figlio si gira, saluta. Sorride.

8) Tutto ciò che è andato perso non tornerà

La Biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia-Erzegovina si trova sulla riva sinistra della Miljacka, a due passi dalla città vecchia. Nel corso di tre giorni, a partire dalla notte del 25 agosto 1992, subì l’attacco delle milizie serbe le quali, a colpi di granata e bombe incendiarie, riuscirono nel folle intento di distruggere l’edificio. O meglio, l’intento delle milizie serbe non era quello di infliggere all’edificio gravi danni strutturali (cosa che, per altro, avvenne), bensì quello di distruggerne l’inestimabile patrimonio librario (da qui l’utilizzo di bombe incendiarie), simbolo del multiculturalismo e testimonianza fisica della storia stessa della città. In tre giorni di fiamme e follia venne persa la quasi totalità dei volumi custoditi dalla biblioteca. Testi giudaici quanto islamici. Cristiano cattolici quanto ortodossi. Volumi vecchi di secoli, pacificamente custoditi dalle mura della biblioteca nazionale come opere di valore universale e non soltanto nazionale. Distruggere quei volumi voleva dire distruggere scientemente il simbolo di un’integrazione avvenuta e di un’esistenza pacificata tra culture e religioni diverse. Distruggere quei volumi voleva dire creare nuovi attriti, nuove divisioni, fomentare odi come cupe vampe. Quella delle milizie serbe, paradossalmente, non era un’azione distruttiva, bensì “costruttiva”. Costruire odio, creare separazione, mutilare i simboli di una società multiculturale che, passo dopo passo, cercava di costruire (seppur con difficoltà) una realtà pacificata.

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Camminando all’interno della biblioteca ricostruita non sono tanto la perfezione delle nuove rifiniture, l’eleganza dell’intonaco alle pareti, la struttura architettonica o i colori a colpire. Non lo sono nemmeno le fotografie che mostrano l’opera in divenire, dalle macerie del 1992 alla rinascita del 2014. No, ciò che colpisce di più è l’assenza. L’assenza dei libri. La biblioteca, infatti, è stupenda ma vuota. Atrio vuoto, piano superiore vuoto, gradinate vuote, stanze vuote. Le centinaia di migliaia di volumi andati in fumo non torneranno, e non sarà sufficiente ricopiarli, sostituirli, riverniciarli, ristrutturarli. No, tutto quel sapere non tornerà più. Non tornerà mai più. Non sarà più nostro. Come un amore perduto. Come un addio consumato. Risveglieremo il corpo, ma sarà privo di anima.

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9) Sarajevska Pivara

Uscito dalla biblioteca a pomeriggio inoltrato, oltrepasso nuovamente la Miljacka e mi dirigo verso la Skenderija. Invece del solito tragitto che costeggia il fiume, decido di esplorare la parte destra della città, inoltrandomi alla ricerca di qualcosa di fresco da bere. Dopo un centinaio di metri di cammino mi imbatto in una costruzione rosso bordeaux dall’insolita architettura moresca mischiata a un che di asburgico. Uno strano melting pot stilistico, come se ne vedono molti in una città multiculturale come Sarajevo. Osservo meglio e mi accorgo di essere capitato davanti ai cancelli della Sarajevska Pivara, il più grande birrificio di Sarajevo e uno dei più grandi di tutti i Balcani.

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Fondato a metà del XIX° secolo, il birrificio di Sarajevo è una struttura tanto imponente quanto romantica. Situata in una zona laterale del centro cittadino, colpisce con i suoi cancelli di ferro battuto e con i suoi magazzini a vista, pronti a rifornire i camion diretti in tutta la Bosnia-Erzegovina. Fuori dai cancelli ci sono alcuni operai in tuta da lavoro che parlottano e fumano sigarette. Chiedo loro se è possibile visitare la fabbrica, ma mi dicono che non sono previsti tour guidati. Mi consigliano, però, di andare allo spaccio della Sarajevsko, che si trova poco distante. Lì avrei potuto assaggiare alcune delle birre prodotte e, in particolare, mi suggeriscono la Sarajevsko Premium, vero e proprio fiore all’occhiello del birrificio. Non me lo faccio ripetere due volte e, trovato lo spaccio, entro soddisfatto.

Un signore sulla sessantina mi accoglie sorridendo da dietro il bancone. Cerco di spiegargli che sono un appassionato di birra, e che vorrei assaggiare qualcosa. Mi tira subito fuori dal frigo una Premium, e mi suggerisce di provarla subito. La Premium è una lager fresca e saporita, dal retrogusto amarognolo e luppolato che ricorda certe birre ceche. Mentre sorseggio la Premium, il mio anfitrione ne approfitta per mostrarmi tutto il campionario della Sarajevska: radler, birre scure, birre speciali, succhi di frutta (!). L’occhio mi cade, però, su una lattina verde e argentata. Chiedo al mastro birraio se è possibile vederla da vicino, e lui risponde che non ci sono problemi.

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Si tratta di una birra analcolica, con lo zero che campeggia in bell’evidenza sulla confezione. Di per sé non sarebbe tanto interessante se non fosse per i caratteri arabi che ne compongono la descrizione. La birra analcolica dedicata ai musulmani di Sarajevo è l’ennesimo esempio di quell’integrazione di cui la città è pregna. Conquista certamente difficile e messa a dura prova dalla follia della guerra, ma conquista ripetibile e a portata di mano. Il birrificio, attacca il mastro birraio, riforniva la città di acqua durante l’assedio del 1992-96. Pochi ne parlano, ma è stato anche grazie alla Sarajevsko se siamo riusciti a resistere così a lungo. Nonostante tutto. Nonostante tutti. Lo sento sciogliersi in una sorta di confessione orgogliosa. Come se non stesse parlando soltanto a me, bensì a chiunque volesse sapere ciò che accadde in quegli anni. Le sofferenze, ma anche il coraggio. Le sconfitte, ma anche la forza. La tenacia nel rialzarsi e rialzare. Recupero la mia Premium, ringrazio, stringo la mano ed esco.

Si è fatto buio. Sarajevo è però illuminata dalle luci delle case appollaiate sulle colline. Centinaia, migliaia di lumicini apparentemente minuscoli che brillano nella sera come lucciole. Cammino verso la mia stanza, avvolto dal silenzio della periferia e dalle tenui luci che mi sovrastano. Pensando alle giornate passate, mi dico che ogni cosa vive del suo sedimentarsi. Che per ogni esperienza c’è un periodo volto all’azione e uno alla riflessione. «E noi che siamo esseri liberi, un ciclo siamo macellati, un ciclo siamo macellai. Un ciclo riempiamo gli arsenali, un ciclo riempiamo i granai» cantavano i CCCP nella loro “Guerra e pace”. In fondo, credo sia lo stesso anche per le nostre esperienze. O meglio, credo sia lo stesso per ogni tipo di esperienza. E credo che la chiave di volta, in definitiva, non sia propriamente nelle parole di quella vecchia canzone, bensì nel fatto stesso che siano state espresse. Nell’evidenza che qualcuno abbia trovato la voglia o la forza o l’ispirazione per pronunciarle. Come la donna che mi aveva parlato della Biblioteca nazionale sulla collina di Sarajevo. O il vecchio mastro birraio della Sarajevska Pivara. In fondo, ci potranno rubare ogni cosa, cancellare ogni simbolo, mutilare ogni personificazione, ma la fine arriverà solamente quando ci priveranno della voglia di ricordare e raccontare. Come se fossimo, al tempo stesso, asceti e raminghi della memoria. Placidi e meticolosi nel ricordo. Decisi e irredimibili nel racconto.

10) Bring the boys back home

Conclusa la mia permanenza a Sarajevo, mi metto nuovamente sulla strada. La frontiera croata si trova a Bosanski Brod, un paese sul fiume Sava che segna anche l’uscita dal territorio della Repubblica Sprska, ovvero la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. L’ultimo centinaio di chilometri lo faccio costeggiando il fiume Bosna, uno dei fiumi esondati nella tragica alluvione del maggio scorso. Le cicatrici di quella ferita sono ancora visibili, così come lo sono, man mano che mi avvicino alla frontiera, le cicatrici delle ferite belliche. Case distrutte e abbandonate, fori di proiettile sui muri, natura che ingloba i ruderi lasciati a loro stessi. L’unica cosa che sembra funzionare ininterrottamente è la raffineria di Brod. La fiamma arancione perpetua e il fumo nero che sale al cielo, sembrano salutare la mia uscita dal paese.

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Non metto in bocca cibo dalla sera prima, così approfitto di un negozio di alimentari a ridosso del confine per prendere qualcosa da mettere sotto i denti. Recupero anche alcune bottiglie di birra, tra cui una serba con la descrizione completamente in cirillico. Ripenso alla lattina con le scritte in arabo presa a Sarajevo qualche giorno prima, nonché alla Sarajevsko Premium che porto con me. Le custodisco tutte gelosamente in una borsa frigo che avevo portato per tenere in fresca cibo e acqua ma che ora, svuotata dell’uno e dell’altra, contiene al suo interno solamente Birre Ignoranti Balcaniche. Di diverse, complementari, tipologie. Accudite tutte le une vicine alle altre, con il massimo della cura e del rispetto. Rimetto l’auto in moto e raggiungo la frontiera. Il primo doganiere mi squadra con diffidenza. La barba alla Bakunin non c’era nella vecchia carta d’identità che presento, e questo sembra irritarlo. Mi restituisce i documenti storcendo il naso, in un’espressione marziale.

Arrivo al secondo controllo, quello croato. Questa volta il doganiere non ha nulla da ridire sulla mia barba, e si limita a chiedermi se porto qualcosa con me.

Do you bring anything with you? – chiede. – Cigarettes? Alcohol?

No, nothing… – rispondo. Poi ci ripenso. – Only some beers! Only some pivo!

Ah, beers doesn’t matter! – risponde lui. – Pivo doesn’t matter! – Continua, storpiando il mio tentativo di mischiare inglese e croato.

Io sorrido ed entro in Croazia, diretto verso casa.

No, caro amico, penso tra me e me, queste birre contano! E non puoi immaginare quanto! Ma non te ne faccio una colpa perché, prima di questo viaggio, nemmeno io lo potevo immaginare.

E allora “živjeli”, amici cari.

Živjeli a tutti voi!

 

Spamma ovunque, dai!
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