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Nell’amara e ignorantissima esistenza che ci viene dato di vivere, pochi piaceri sono paragonabili a quello di bere una birra belga ascoltando un vinile dei Joy Division. Così come vi sono dei luoghi nel mondo la cui bellezza è tutelata dall’Unesco, allo stesso tempo vi sono delle azioni che no, che non necessitano di essere relativizzate o contestualizzate. Bere una birra belga ascoltando i Joy Division è una di queste. Si tratta di un’estasi. Di una liberazione. Di un’esperienza mistica. Poter ascoltare Ian Curtis in tutta la sua folle lucidità intonare Atrocity Exhibition in onore del vecchio J. G. Ballard è qualcosa di indescrivibile. Farlo, poi, con una birra sottomano è il coronamento a quella felicità che ci è dato semplicemente di assaggiare. Di sfiorare a labbra socchiuse. Suggendo la linfa della perfezione quel tanto che basta per capire che la perfezione stessa non si trova nell’assenza di errore, bensì nel frastagliare della bellezza. Nel discreparsi delle occasioni che, giorno dopo giorno, ci si schiudono davanti. Come la voce di Ian Curtis, appunto, che sembra sempre essere sul punto di cedere il passo alla disperazione. Salvo poi riallacciare ogni singolo filo dell’esistenza. Spiegando a denti stretti come la caduta sia la condizione necessaria per la risalita. Perché solo le persone grandi cadono a terra per poi infrangersi in mille pezzi. Squarciati dall’amore (di qualunque natura esso sia) che, senza guardare in faccia nessuno, azzanna e fa a brani ogni cosa che incontra sulla sua strada. Martirizza. Falcidia. Decapita.

Nella classifica delle feste inutili, San Valentino vince a mani basse. Non c’è nulla di più insensato e fastidioso di una festa dedicata agli innamorati e, di conseguenza, all’amore. Quando penso all’amore penso al buon vecchio Ludovico W. (badate bene, non Ludovico Van di “Arancia meccanica”, bensì Ludovico Wittgenstein, il filosofo austriaco) che, rimuginando su tutta la sua opera filosofica, giunse alla conclusione che se non propriamente basata sul nulla, essa era come una sorta di scala su cui fare affidamento e, una volta saliti là dove si voleva salire (?), gettare. Dato che, in fin dei conti, tutto si risolve nell’ovvietà del credere/non credere. Il dubbio, la relatività, il possibilismo, la contestualizzazione, arrivano dopo. E, di certo, non aiutano. San Valentino, quindi, è una delle feste più insensate che l’uomo occidentale si sia regalato. Non vorrei nemmeno insistere sulla commercializzazione, sulla banalità dello scambio dei regali, sulle cenette a lume di candela e su tutte quelle cazzate che ci sono state imposte come propedeutiche. San Valentino non è nient’altro che una festa vuota. Snobbata dai più e adorata da pochi pseudo-romantici che, ingenuamente, credono che l’amore si trovi nelle frasi dei Baci Perugina. Poveri stolti: se sapessero che la profondità intellettuale della frase di un Bacio Perugina è visceralmente legata al suo valore economico (non a caso –true story– i biglietti dei Baci originali citano poeti e scrittori, mentre quelli dei Bacetti mignon sono scritti da copywriter alcolizzati con una laurea in scienze della comunicazione) smetterebbero ben presto di fantasticare sull’estasi amorosa, preferendo una sana Birra Ignorante all’ennesima citazione posticcia di Oscar Wilde.

Lo so, amici cari, forse sono un po’ troppo drastico, tuttavia San Valentino è sempre stata una festa cerchiata di nero nel mio personale calendario dei festeggiamenti. E non posso nemmeno dire sia per colpa di un’ipotetica e reiterata singleitudine, né per le pretenziose richieste delle mie compagne. Più semplicemente, da “ultimo dei romantici”, credo che certe cose non debbano essere né festeggiate né catalogate. Piuttosto vissute. Provate sulla propria pelle. Somatizzate. Cicatrizzate. Assaporate. Assorbite. Succhiate fino al midollo. E così via, in continue e rutilanti enumerazioni. Pratica preferita dagli scrittori alle prime armi che, assieme al paradosso esasperato, puntano a sconvolgere quel tanto che basta l’attenzione del lettore perché, sotto sotto, temono una sola cosa. Ovvero non riuscire a smuovere nulla. Di non toccare né cuore né anima. Heart and Soul.

Torniamo un attimo indietro. Quando ascolto i Joy Division, mi chiedo sempre se i suddetti si rendessero concretamente conto di ciò che, in pochi anni, avrebbero significato per il mondo (della musica, ma non solo). Pensando ai New Order e al loro successo mi dico che sì, che dopotutto la comprensione del loro zeitgeist fosse piena e completa, e la trovo perfetta. Lineare. Encomiabile (cazzo, di nuovo l’enumerazione!). Già, ma Ian Curtis? Voglio dire, Ian Curtis era consapevole di tutto ciò? Me lo sono chiesto un sacco di volte, a voi voglio confessarlo. Qual è il limite tra il confidare/credere in una situazione/progetto/realtà e l’esserne consapevole? Ovvero, comprendere che è quella e quella sola la via da percorrere. Purtroppo credo di non avere alcuna risposta in merito. Quando penso alla voce di Ian Curtis, ai suoi testi, alla sua partecipazione sul palco, mi dico che la comprensione non lo ha mai sfiorato. Ovvero che non sia mai stato un punto di riflessione. Ian Curtis andava dove doveva andare. Limitandosi a trasportare se stesso in quello che era ciò che stava facendo. Ciò a cui stava dando vita. This is the way, step inside.

Ho sempre adorato un certo tipo di biografismo. Lo studio delle vite delle persone cui sono particolarmente legato mi ha sempre coinvolto e interessato. Solo, la penso allo stesso modo del buon Ludovico W. di cui sopra: il biografismo è un po’ come una scala. Può esserti utile per salire fino a un certo punto. Poi, se davvero vuoi vivere a pieno l’esistenza, devi dare un bel calcione a suddetta scala e, senza timori, comprendere che ogni piolo che credevi essere un punto fermo era in realtà un aspetto da dimenticare quanto prima. Perché, parafrasando il caro vecchio Hubert ne “L’odio”, il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Così di contro, ribaltando tutte le leggi fisiche, il problema non è mai la salita, bensì il luogo di approdo. Una volta giunto all’ascolto dei Joy Division e della voce di Ian Curtis, beh, ogni biografismo va a farsi fottere. Lasciandoci di fronte non solo all’evidenza di come l’amore ci farà a pezzi, piuttosto di come la gioia sia sempre una gioia differita. Degna di un joy division, nel senso letterale del termine. Un luogo dove le aspettative lasciano spazio alla più cruenta fiera delle atrocità.

Cadendo (“L’Odio” cit.) a pesce sulle Birre Ignoranti, l’atrocità birrignorantesca più grande è certamente la birra in bottiglia di plastica. Vero e proprio delitto sentimentale in quanto costringe un essere umano senziente a scegliere tra la sua passione per le Birre Ignoranti e l’evidenza di come una bottiglia di plastica si addica a tutto fuorché a una birra. Insomma, un coitus interruptus costante e continuativo. O meglio, la falsa bugia del raccontare a noi stessi che ciò che sappiamo fin da principio nuocerci, finirà col consolarci e appagarci. Insomma, il leitmotiv di tutte le storie d’amore catalogate alla voce “idilliache”. Perché sì, perché la birra che vedete davanti al vinile dei Joy Division in un appropriato bicchiere di vetro è, in realtà, una Birra Ignorante in bottiglia di plastica. Una birra che, prima di venire versata con cura e amore su un bicchiere “trafugato” da una delle peggiori brasserie di Bruxelles, se ne stava placida e ignoranterrima in una confezione di PET. Abbandonata non tanto al sol dell’avvenire, quanto più agli scaffali di un Penny Market qualsiasi. In attesa che qualche magnanimo Bevitore Ignorante l’afferrasse e la facesse sua. Quel Bevitore Ignorante, come avrete capito, sono stato io.

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La Wemmel è una birra lager belga (prodotta davvero in Belgio, poche storie!) di 4,7° che viene venduta al costo di 63 centesimi per bottiglia di plastica da 66 cl. Suddetta birra possiede una rara (forse unica) capacità: ovvero quella di trasformare tutte le deliziose caratteristiche delle birre belghe in incubi liquidi declinati a pochi centesimi al litro. La Wemmel, infatti, è di una cattiveria ai limiti della venerazione. Una rarità più scientifica che casuale, i cui difetti non possono essere semplicemente ascritti alla bardatura plastiforme, piuttosto debbono essere ricercati in una lucida follia che, contraltare di quella di Ian Curtis, ha spinto un mastro birraio belga a creare un mostro etilico il quale (fonte etichetta) festeggia quest’anno il secolo e mezzo di storia. Centocinquant’anni di dolore e lacrime, insomma. Dolori e lacrime che, se distillati, sarebbero di certo migliori della Wemmel in questione. Immaginiamoci una buona birra belga (non necessariamente di abazia); ecco, le caratteristiche che la contraddistinguono sono un aroma particolarmente marcato (spesso dolciastro, con sentori fruttacei) nonché una frizzantezza non eccessiva, necessaria per apprezzare l’aroma sopracitato, accompagnata da una schiuma soffice e vaporosa. Bene, la Wemmel è l’esatto contrario! Dolciastra all’inverosimile, frizzante quel tanto che basta per gettarsela in gola senza avere l’impressione di bere della crema di semolino allungata con l’alcol etilico, contornata da una schiumetta degna della migliore (?) eiaculazione precoce, la Wemmel è il frutto di un maleficio ingegneristico degno dei peggiori incubi di J. G. Ballard.

Narra la leggenda che il creatore dell’ultima versione della Wemmel fosse presente all’unico concerto tenuto a Bruxelles dai Joy Division. Era la sera del 17 gennaio del 1980, il locale si chiamava Plan K e i Joy Division erano un gruppo inglese emergente che, dopo essersi fatto le ossa in Gran Bretagna, puntava a conquistare prima l’Europa e poi gli Stati Uniti. Alla conclusione del concerto, entusiasta per la performance del suo gruppo preferito, il mastro birraio belga decise di riprendere in mano la ricetta della terribile birra Wemmel. Convinto che, finché il mondo avesse dato alla luce eccellenze come i JD, non fosse giusto costringere i Bevitori Ignoranti dell’universo mondo a soffocare le loro aspettative etiliche in un aborto di birra come quella che aveva prodotto (ligio alla mission aziendale) fino a quel momento. Il buon mastro birraio, quindi, lavorò giornate intere a perfezionare la ricetta della Wemmel. Giungendo, dopo diversi mesi di lavoro matto e disperatissimo, a una ricetta che coniugasse l’economicità tipica delle Birre Ignoranti con la bontà sopraffina delle Birre Belghe. Testim

oni che hanno avuto la possibilità di assaggiarla, ma che preferiscono restare anonimi, giurano di non aver mai bevuto una birra del genere. Paragonandola a certe mitiche Birre Ignoranti vendute in gran segreto su Silkroad alla faccia dei produttori mainstream. Nel maggio del 1980, quindi, tutto era pronto: la ricetta, la birra, il packaging, lo slogan. La nuova Wemmel sarebbe stata presentata in concomitanza con il primo tour americano della storia dei Joy Division. In parole povere, A Means to an End.

Perché sì, perché il nostro mastro birraio non aveva considerato il 18 maggio! Perché il nostro mastro birraio non aveva considerato che Ian Curtis avrebbe deciso di farla finita. Perché il nostro mastro birraio non aveva considerato che il significato stesso di una fine è già insito alla sua natura. Perché quello di “fine” è un concetto compiuto di per se stesso. Così come quello di “amore”. Amore che ci farà a pezzi. Love will tear us apart, insomma, così come cantava il buon Ian. L’atroce esibizione della certezza che tutto era già stato scelto. Che tutto era già stato calcolato. Sconvolto da un dolore così grande, il mastro birraio si liberò di tutte le innovazioni create per la Wemmel. Il mondo non era pronto per potersi illudere che la felicità fosse così a buon mercato.

Sulla tomba del caro Ian, campeggiano i suoi “versi” più famosi. Love will tear us apart. L’amore ci farà a pezzi. Di certo ha fatto a pezzi San Valentino, decapitato il 14 febbraio 273 alla veneranda età di 97 anni dal soldato romano Furius Placidus. Più che un martirio, un’eutanasia. Quella che ho applicato alla Wemmel, per l’appunto. Birra Ignorante che, in ossequio alle più grandi storie d’amore, ho gustato sapendo già di che morte sarei dovuto morire. Perché, dopo tutti questi sproloqui, tristezze, negatività, prese di coscienza, cinismo, gioie differite e confessioni varie, la verità è che tanto le Birre Ignoranti quanto l’amore calcano le parole che il buon vecchio Ludovico W(emmel?) ha pronunciato prima di abbandonare questo mondo: Tell them that I had a wonderful life! Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa.

Che sia una vita birrignorantesca o amorosa, beh, amici cari, poco importa.

L’importante è che resti per sempre un piacere sconosciuto.

Anzi, più piaceri sconosciuti.

Unknown Pleasures, insomma.

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