keler

Ricordi di Erasmus, di Barcellona, di Ian Curtis

e di Proust in una società liquida a 4,6°

kelerCosa: birra lager

Nome: Keler

Dove: Dico

Costo: 1,69 € per un litro

Grado: 4.6°

[premessa]

Tutto ciò che sto per raccontare non è (con ogni probabilità…) documentato da alcuna immagine o video caricata su qualsivoglia social network. Non ci sono, quindi, video su Youtube, foto su Instagram, Pinterest, Facebook o similari che ritraggano me o le persone coinvolte nelle vicende che mi appresto a narrare. Ora, siccome la nostra è una società liquida (per dirla alla Baumann), in cui se non sei taggato in qualche foto/video che dia testimonianza delle tue azioni vuol dire che tali azioni non sono mai avvenute, inviterei tutti i lettori a considerare questo mio racconto come frutto della mia mente malata. Influenzata e foraggiata da robuste Birre Ignoranti mentre, in sottofondo, il giradischi passa i Joy Division del buon Ian Curtis e l’afa estiva inizia a farsi breccia timidamente tra le finestre di casa (mezza Finkbrau è andata solo per scrivere la premessa…). Aggiungo che ogni riferimento a fatti o persone realmente accaduti è puramente casuale. Nonché che chiunque si riconosca nei personaggi ritratti nella seguente recensione deve essere per forza sbronzo o, quantomeno, molto alticcio. O, nella peggiore delle ipotesi, deve essere il sosia di Ian Curtis. In ogni caso, buona lettura! E ascoltate i Joy Division!

Per molto tempo mi sono coricato presto la sera con la mia bella Birra Ignorante accanto. Poi, stanco di andare a letto presto, ho deciso di andare a fare l’Erasmus. L’ho fatto a Barcellona, nel 2007. Voi chiederete: «e questo cosa diavolo c’entra con l’andare a letto presto, con le Birre Ignoranti o con DiscountOrDie?». Giusta osservazione. Non c’entra proprio nulla ma, dato che tendo a seguire il libero flusso di pensieri, vi chiedo soltanto di seguirmi e avere fiducia. Prima o poi tutti i nodi verranno al pettine. Dicevo, ho fatto l’Erasmus a Barcellona nel 2007. Inizialmente ero molto dubbioso sulla destinazione. Non sapevo una sola parola di spagnolo, Barcellona era considerata la mecca del nuovo turismo mordi e fuggi, l’università statale di Barcellona non aveva una gran nomea e cose simili. In ogni caso, dovevo andar via da Venezia. Vi basti sapere che di mezzo c’erano questioni di ragazze, convivenze e resse mattutine alla fermata del vaporetto del Lido. Nonché Marcel Proust, ma questa è un’altra storia. Forse più adatta alla recensione di una birra ignorante francese (per altro, lo sapevate che in Francia ci sono Kronenbourg da 75cl? Io le prendevo ogni sera dal marocchino sotto l’ostello per farmi la birra della buona notte e, immancabilmente, me ne restavano due dita sul fondo. «Cazzo, sto invecchiando!» pensavo tra me e me. La verità è che il mio fegato era ed è tarato per birre della buona notte da 66 cl, come i cani di Pavlov erano tarati per sbavare sempre alla stessa ora. Quei 9 cl in più, poco da fare, erano fuori dal mio universo Birrignorantesco…). Dunque, dov’ero rimasto. Ah, sì, dopo essermi coricato presto la sera per molto tempo con la mia Birra Ignorante (non Kronenbourg) accanto, sono andato in Erasmus a Barcellona. L’anno era il 2007. Barcellona era una città spavalda che si trovava ad affrontare per la prima volta la crisi globale. E sembrava davvero cazzuta. Incurante di tutto e di tutti. «Catalunya no es España»: ripetevano gli studenti catalani alle macchinette automatiche del caffè (in versione bilinguistica) in un impeto di orgoglio politico-territoriale post esami. E ribadivano slogan, rilanciavano idee secessioniste, sbandieravano la loro voglia di indipendenza che, a conti fatti, per me si concretizzava nelle sbronze moleste di birra in lattina sotto la basilica di Santa Maria del Mar. Davanti alla targa del Fossar de les Moreres. Quella che ricordava i morti catalani nella Guerra di Successione Spagnola. Ed era una Barcellona arrogante, quella Barcellona del 2007. Al bar, i tifosi del Barça si chiedevano con quanti punti di distacco dal Real Madrid avrebbero vinto la Liga, ora che avevano i Fantastici Quattro. Ovvero Ronaldinho, Eto’o, Henry e Messi tutti assieme, e fanculo i Galacticos del Real, che son sempre stati Franchisti, pochi cazzi! Insomma, il clima lasciava presagire soltanto un futuro roseo. Ricco di soddisfazioni, premi calcistici, denari a profusione.

Le ciambelle, però, non sempre riescono con il buco (Homer Simpson docet), e anche la bellissima Barcellona sta ora vivendo i suoi sprazzi di crisi. Non più così ipotetici come nel 2007. L’Erasmus, però, era un’isola felice, e con Aart, il mio amico olandese, ci si ritrovava alla Barceloneta a bere vino da quattro soldi e cerveza comprata dagli immancabili pakistani che, dalla playa alla ciudad, inseguivano studenti e turisti salmodiando «birra, cerveza, cerveja, bier!/birra, cerveza, cerveja, bier!». Io compravo la loro Birra Ignorante e Aart, invece, comprava del vino da quattro soldi. Lo avevamo ribattezzato “el Peor”, il peggiore, perché davvero lo era. E sarebbe stato più facile scolarsi una caraffa di acqua sporca di ruggine che bere quel vino che, dopo poche sorsate, ti lasciava le labbra rosso fluo come quelle del Joker di Jack Nicholson. Insomma, era un bel vivere, tra feste, alcol da due soldi, una città che non sentiva la crisi, partite del Barca, patatas bravas e tedeschi che già iniziavano a infilarci la troika nel deretano. Ché lo spirito è quello, poco da fare, e noi si stava tra olandesi, italiani e belgi, urlando come in “Mediterraneo” di Salvatores che eravamo una razza sola. E poco importa se tra l’Italia e il Benelux c’è mezza Europa (e una decina di migliaia di euro pro capite…) di distanza. L’Erasmus è pur sempre l’Erasmus, e cementa rapporti che non si possono spiegare così, con un paio di Finkbrau scarse in corpo. Certe amicizie si dissolvono. Altre si mantengono. Altre ancora, diventano così forti da farti nascere la voglia di rivederti spesso. Manco si trattasse di un rituale laico, che ti spinge a ritornar sui tuoi passi e sfoderar la vecchia lacrimuccia di commozione. Quella che hai versato andandotene. Quando, cappello nero calato in testa, regalo d’addio e sbronza nostalgica, hai fatto l’afterhour per prendere l’aereo Barcellona El Prat – Venezia Marco Polo. In solitaria, con gli amici a sbandierar i fazzoletti bianchi e il braccio sinistro teso al cielo, manco partissi per la guerra partigiana. Che la vera guerra è stata sopravvivere all’Erasmus, altro che. E chi lo ha fatto lo sa, come chi si è bevuto un fusto di Perlenbacher in solitaria. Che io lo so che pochi di voi ci crederanno, ma io ben conosco un eroe di questo calibro, ma non è stato instagrammato. Quindi, tornando alla premessa, è come se non lo abbia mai fatto!

Dicevo, ci sono delle amicizie che si sedimentano e che ti fanno venir la voglia di tornar a incrociare spesso cammini reciproci. Questo è il caso mio e del mio amico Aart. Così, l’anno scorso, identificati quattro giorni di ferie lavorative, è partita la proposta: «vamos a hacer un revival de Barcelona juntos?», «Claro que sì, guapo!». Detto, fatto. Biglietto prenotato, appuntamento fissato, ostello riservato (quello dei primi giorni dell’Erasmus 2007, quando non avevo un cazzo di posto in cui andare e telefonavo dalle cabine a gettoni di Barcellona in cerca di una stanza da affittare nel più breve tempo possibile, spiccicando due frasi di numero in spagnolo…): tutto era pronto. Il rendez vous: fine agosto 2012. Così ci ritroviamo in una Barcellona diversa, a cinque anni di distanza, in una vecchia e polverosa via del Barrio Gotico. Io, birra in mano, lui valigia con dentro una bottiglia (ancora oggi mi chiedo dove diavolo l’abbia trovata) del “Peor”. Ci abbracciamo, ci salutiamo (piangiamo anche un po’, in realtà…) e parte il delirio. Di ciò che è successo in quei quattro giorni barcellonesi ho i ricordi confusi e deturpati dall’alcol. Ricordo un sosia di Boss Hog in spiaggia alla Barceloneta, un tipo che nell’immergersi al Port Olimpic creava inaspettate maree sulla baia di San Paolo, a centinaia di miglia nautiche di distanza. Ricordo un caldo maledetto, un’afa appiccicosa che ti si dipingeva sulla faccia manco fosse uno sputo radioattivo. Ricordo una turista russa (ecco l’emblema della vittoria dei BRIC: russi e cinesi ovunque, a discapito degli italiani che, nel 2007 erano davvero dappertutto!) che me l’ha strusciata per un paio di ore al Pipa Club di Barcellona in Plaza Reial, salvo poi, nell’attimo fatidico, rimbalzarmi (e questo è stato il rimbalzo più assurdo della mia vita…) perché sì, «perché sei molto carino, ma il mio “amico” russo ha una villa a Sorrento!». Ricordo una notte all’Harlem Jazz, con Aart che tenta un approccio con una cantante jazz dalla voce sputata a quella di Erica Badu. Le chiacchiere fuori dal locale. Le birre che andavano e venivano come uccelli migratori. La sosia di Erica Badu che non sapeva chi cavolo fosse Ian Curtis, e io che mi mettevo le mani in testa e quasi mi strappavo i capelli. Aart a ridere come un matto. Ricordo le dottorande italiane fuori da un ristorante messicano dove abbiamo scolato il peggior Mojito della nostra vita. Ricordo i nomi. Le conversazioni assurde. I sorrisi. La sbronza del giorno dopo. La sveglia in ostello, che col cazzo ti saresti voluto tirare in piedi, ma cristo santo, amici! Si doveva andare come il Vecchio Jack On the Road! Che lo dico ben a voi: con gli scrittori della beat generation si attacca sempre bottone, poi sta al quantitativo di alcol in corpo la variabile nel portar le cose a compimento. Ricordo le turiste finlandesi dell’ultima sera. Io, che nemmeno mi piaccion le bionde, ad attaccar bottone e a proporre di far loro da guida in una Barcellona che conoscevamo a menadito. E così, cerveza su cerveza, con i pakistani che ci seguivano manco fosse il camioncino delle ciambelle con Homer Simpson, ci siamo persi nella notte catalana, finendo il nostro girovagare karmico nel solito Pipa Club di Barcellona. E lì, la scoperta. Dolorosa per chi, come me, ha sempre creduto nella Grande Madre Russia: le finlandesi sono ben più socialiste delle russe, e poco importa il conto in banca o la villa a Sorrento. Le carte da giocare sono altre. E sbronzi e sorridenti, al Fossar de les Moreres di fronte a Santa Maria del Mar, ogni cosa si è trovata nella sua esatta posizione.

Love (o chi per lui) will tear us apart.

Again.

[recensione vera e propria]

Voi mi chiederete, e cosa cavolo c’entra, Andreij, tutto questo papiro? Cosa cavolo c’entrano le russe, le finlandesi, i Joy Division o l’Erasmus? Cosa c’entra il tuo amico olandese, Barcellona, la crisi, Marcel Proust e quant’altro? Ma ve l’ho già detto, amici cari: non c’entra nulla! Perché il filo conduttore di tutto ciò è la madeleine di Proust! Quella che gli ispirava la stesura di quel popò di libro che è “Alla ricerca del tempo perduto”, e che tutti citano (nevvero, Sorrentino?), ma che nessuno legge. Tranne un ubriacone deluso dalle ragazze, dalle convivenze e dalle resse al vaporetto al Lido come me. E allora ecco, ecco la mia madeleine: la Keler lager, birra spagnola (barcellonese!) prodotta dalla Damm, la stessa fabbrica che produceva le birre in lattina che i pakistani ci vendevano di notte, di fronte a Santa Maria del Mar. Prima in Erasmus e poi, a distanza di cinque anni, in compagnia di due turiste finlandesi. Quando i night shop erano tutti chiusi e contrattare delle Birre Ignoranti in lattina era più piacevole che farsi spennare al bar di turno. Ecco, amici cari, la recensione: la Keler Lager è una bionda tanto Ignorante quanto Onesta venduta in bottiglie da litro (la mitica “litrona” española!) al Dico, al modico prezzo di 1.69 euro. Il suo grado alcolico è di 4.6°, cosa che la rende bevibilissima, soprattutto se consumata in compagnia, passandosela di bocca in bocca manco fosse un joint. È una birra poco impegnativa, il cui sapore ricorda le sbronze alla Barceloneta, i goal di Ronaldinho prima che iniziasse a tirare di bamba, le patatas bravas fritte sull’olio vecchio di un paio di settimane. Ottima per rimorchiare, deve essere consumata in fretta, in compagnia, quindi in grandi quantità. Va bevuta con la lacrimuccia all’occhio. Con i Joy Division in sottofondo. Con l’afa di Barcellona che ti si appiccica addosso. Con il mare inquinato del Porto Olimpico. Con Boss Hog. Con le finlandesi. Con le russe che vogliono le ville a Sorrento. Con le dottorande italiane. Con le sosia di Erica Badu. Con gli amici olandesi. Insomma, bevetela con chi cavolo volete solo, nel farlo, pensate a Marcel Proust. Alla sua madeleine. Pensate ai ricordi che un pasticcino francese del cazzo è stato in grado di donargli. Alla mole di ricordi confluiti nella sua mastodontica opera. Poi uscite, pigliatevi una “litrona” a nome Keler, confrontatevi con l’universo mondo e, fanculo ai benpensanti, iniziate a cercare il vostro tempo perduto. Con svariati litri di Keler in corpo, l’impresa non sarà affatto cos ardua. E vi produrrà dei ricordi così vasti e piacevoli, che non basteranno decine di “Alla ricerca del tempo perduto” per essere riassunti ed esplicitati.

Love will tear us apart.

Again.

And it will be Ignorant.

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