Pizza alta Chicago Style

Pizza alta secondo lo stile degli abitanti di Chicago

L’abbiamo fatta zozza. L’abbiamo fatta alta. L’abbiamo fatta ripiena. La pizza alta alla Chicago.

Perché? Perché…direte voi. Perché, quella della pizza, è una religione. Uno di quei culti per cui si potrebbero fare le guerre. Una fede che esclude le altre. Per cui si possono fare pazzie. Che se non sono vegana è perché esiste la pizza margherita. Quella semplice, ma definitiva combinazione di carboidrato, pomodoro, mozzarella. L’a-b-c, l’un-dué-trè. La pizza.

E poi c’era quella pubblicità del Topexan… (Oh Dio, il Topexan! Oh, mio dio, che schifo l’adolescenza) che in verità sembra fosse del Clearasil che si chiama PIZZA FACE che c’è pure Il Mio Amico Ultraman (che nulla ha a che fare con Ultraman, cioè quello rosso e argento, Made in Japan), nonchè il proprietario del pene mozzato in Piranha 3D.

E quindi, dicevamo, PENE MOZZATO, MASTICATO, RUTTATO.

IL MIO AMICO ULTRAMAN (ingiusta titolazione italiota di “My Secret Identity”). Nella sigla ad una certa si vede il protagonista che fa una piroetta sulla batteria, chiaro omaggio a Tommy Lee dei Mötley Crüe e al marchingegno che usa per far piroette con la batteria. Perché? Perché…direte voi. Non lo so.

E qui, di seguito, lo spot di cui stavo parlando.

Per PIZZA FACE s’intende faccia coi brufoli ed è un modo brutto per emarginare, deridere e umiliare la gente che c’ha la faccia a pizza, per via dei brufoli. Che poi il mio prof di religione delle superiori ci aveva fatto un’intera lezione sulla discriminazione negli spot televisivi. Aveva citato la pubblicità del Crearasil e la pubblicità progresso dell’uomo in carrozzina che vede un tizio in moto (presto pure lui disabile) che si schianta contro un muro e vorrebbe chiamare l’ambulanza, ma non può perché la carrozzina non entra nella cabina (o gabina, che dir si voglia) della Sip. E lui, il professore di religione, diceva che era offensiva perché uno, sulla sedia a rotelle, deve poter entrare quando vuole in una cabina (o gabina) della Sip, anche solo per fare gli scherzi telefonici. Tipo.

Lo stesso professore di religione che quando ha fatto la lezione sul senso delle vita ed io ho detto che non è che per forza deve avere un senso. Che in fondo siamo bestiole senzienti ne’ più ne’ meno, lui ha invitato i miei compagni maschi a copulare con me, fecondarmi e farmi fare i figli come fanno gli animali. Se siamo animali, perché siamo qui in quest’aula a imparare. Chiedeva. Perché? Perché… vi chiederete. Non lo so. E soprattutto non so perché non passassi quell’ora col bidello-poeta, anziché sorbirmi l’ora di religione.

Ecco… lo sto facendo ancora. Dovevo parlare della pizza alta Chicago e mi sono persa via…

Dicevo: nonostante l’industria della cosmesi e diverse generazioni di bulli americani, siano riusciti ad associare alla pizza una roba brutta e dolorosa come l’acne giovanile, a me la pizza continua a piacere e a nutrire una profonda stima nei suoi confronti.

Ritengo quindi giusto, approfondire il concetto di pizza in tutte le sue evoluzioni nel tempo e nello spazio. Anche se, la pizza alta secondo lo stile della città di Chigaco, davvero a fatica si può considerare una pizza. Assomiglia di più ad una torta con gli ingredienti della pizza. Come l’abbiamo fatta?

INGREDIENTI:

Farina di semola

Acqua

Lievito secco (Lidl)

Pummarola

Mozzarella

Olive

Olio, sale, origano e quelle robe lì.

Pocedete nell’impasto. Io uso la macchina del pane perché sono pigra. Dividete un due parti (una po’ più grandina dell’altra) e stendetele entrambre. Mettete quella più grossetta nella tortiera e tirate in su i bordi fino al limite dell’universo e oltre.

Procedete al ripieno. Mettete quello che più vi aggrada. Persino le bestie senzienti, se vi va. Io ho optato per mozzarella, provola dolce, pummarola e olive. E poi ho ricorperto con il secondo strato e arricciato gli angoli.

Il senso della pizza alta secondo lo stile di Chicago è che si tratta di un pizza dentro la pizza. Fin qui il procedimento ricorda (cioè è identico) ad una semplice focaccia ripiena. La genialità degli abitanti di Chicago sta nel condire “a pizza” anche lo strato superiore.

Siccome c’avevo un po’ paura di digerire nel 2020, abbiamo optato per un condimento un pochetto soft. Ovvero un po’ di pomodorini, qualche cucchiaio di salsa e via…. Sbattete in forno per un tempo che sembra infinito. Più caldo è il forno, meglio è.

Qualche considerazione. No, prima altre due foto per farvi vedere una fetta di pizza alta secondo lo stile di Chicago.

Dicevo… qualche considerazione. Facciamo come se fossero i Dieci Comandamenti o giù di lì.

1) Assicuratevi che tutti gli ingredienti siano più “asciutti” possibile. Asciugate le mozzarelle con un panno pulito. Oppure tagliatele e lasciate in uno scolapasta per qualche decennio.

2) Se usate la salsa, che sia bella densa e corposa. No alle robe liquidose e acquose. Piuttosto mettetala in un pentolino e fate evaporare un po’ d’acqua.

3) Se avete intenzione, come ho fatto io, di usare pomodori freschi… idem. Tagliateli, salateli e metteteli a scolare.

4) Tanto sarà generoso e liquido il ripieno, tanto più dovrà essere caldo il forno o lunga la cottura. Certi ingredienti (mozzarelle bagnaticce, pomodori lacrimevoli et simili) tendono a bagnare la pasta e a incasinare la cottura.

5) Prima di tagliare, aspettate almeno dieci minuti o tutto il ripieno se na andrà all’inferno.

6) Tenete a mente che non si tratta di un panettone gastronomico. Non esagerate con gli strati o con la varietà degli ingredienti. Che siano ben assortiti e che non cozzino l’uno con l’altro. Dopo un po’ che mangerete tutto si mescolerà in un paciugo inauduto.

7) Dotatevi di coltelli decenti.

8) Se vi sembra cotta, sappiate che non è vero. Per far sì che non rimanga molle ed umido l’interno, dovete carbonizzarla. Suggerisco quindi di usare il ripiano basso del forno e di ungere in modo osceno la parte superiore.

9) E comunque non credo che ne valga la pena. Onestamente.

10) La pizza è pizza. In qualunque modo la si faccia, bisogna portarle rispetto. Prendete la pizza alta secondo lo stile di Chicago alla stregua di Abramo che porta il figlio Isacco per sacrificarlo a iddio e poi viene fermato all’ultimo. Povero Isacco però, dopo l’episodio del quasi-sacrificio, deve aver passato un’adolescenza orribile. Altro che pizza-face.

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Spamma ovunque, dai!
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Valeria è nata a Varese nel 1982. Esordisce nel 2005 con il romanzo Casseur e partecipa a diverse raccolte di racconti. Vive nei boschi. Ha tre gatti. Lavora coll'internet. È fondatrice e curatrice del blog “Discount or Die”. Cura la fanzine NIHILISMI e partecipa al collettivo anarcho-romantic-punx Kalashnikov Collective, scrivendo cose e cantando.

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