Pretzel alla senape, cipolla e miele… io non ho paura

Pretzel Pete:

Più che uno snack, una cosmogonia

From Pennsylvania

Cosa: Pretzel al gusto -GIURO- cipolla, miele e senape

Nome: Pauly

Dove: Penny Market

Costo: 1,29€ (x 100g)

Giudizio: 4,5/5

L’esaurimento nervoso di Horselover Fat cominciò il giorno in cui ricevette la telefonata di Gloria, con cui gli chiedeva se avesse del Nembutal. Lui le domandò perché lo volesse, e lei rispose che aveva intenzione di uccidersi. Immediatamente Horselover Fat balzò alla conclusione che quello fosse un suo sistema per chiedere aiuto. Era da anni un’illusione di Fat quella di poter aiutare la gente. Il suo psichiatra una volta gli aveva detto che per star bene avrebbe dovuto fare due cose: rinunciare alle droghe (cosa che non aveva fatto) e smetterla di cercare di aiutare la gente (cercava ancora di aiutare la gente). In effetti, non aveva del Nembutal. Non aveva sonniferi di alcun genere. Non usava mai sonniferi. Usava stimolanti. Perciò fornire a Gloria un sonnifero con cui uccidersi era al di là delle sue possibilità. E comunque, anche se avesse potuto, non l’avrebbe fatto. «Ne ho dieci pillole» disse. Perché se le avesse detto la verità, lei avrebbe riattaccato. «Allora vengo da te» disse Gloria con voce calma e ragionevole. Lo stesso tono con cui aveva chiesto le pillole. Lui si rese conto allora che lei non chiedeva aiuto. Cercava di morire. Era completamente pazza. Se fosse stata in possesso delle sue facoltà, si sarebbe resa conto della necessità di nascondere le sue intenzioni, perché in quel modo lo rendeva suo complice. Accontentarla, avrebbe voluto dire che la desiderava morta. Non esisteva motivo alcuno perché lui, o chiunque altro, desiderasse una cosa del genere. Gloria era una persona gentile e educata, ma prendeva un sacco di acido. Era evidente che l’acido, dall’ultima volta che l’aveva sentita, sei mesi prima, le aveva ridotto il cervello in poltiglia. «Come te la sei passata?» chiese Fat. «Sono stata al Mount Zion Hospital, a San Francisco. Avevo cercato di ammazzarmi, e mia madre mi ha fatto internare. Mi hanno dimesso la settimana scorsa.» «Sei guarita?» chiese lui. «Sì» disse lei. Fu allora che Fat cominciò a scivolare nella pazzia. Allora non se ne accorse, ma era stato attirato in un innominabile gioco psicologico. Non c’era via di uscita. Gloria Knudson l’aveva rovinato, lui, il suo amico, insieme al proprio cervello. Probabilmente nel frattempo aveva rovinato sei o sette altre persone, tutti amici che l’amavano, con analoghe conversazioni telefoniche. Aveva senza dubbio distrutto suo padre e sua madre. Fat sentì nel suo tono razionale l’arpa del nichilismo, la vibrazione del vuoto. Non aveva a che fare con una persona; c’era un fascio di riflessi all’altro capo del filo. Quello che allora non sapeva, era che impazzire talvolta è una reazione appropriata alla realtà. Ascoltare Gloria che chiedeva razionalmente di morire fu come inalare il contagio. Era una trappola cinese per dita: più forte si tira per uscirne, più la trappola si stringe.

Quello che avete letto è -a mio umile avviso- la migliore prima pagina di un romanzo, che io abbia mai avuto sotto gli occhi (e tra le mani) negli ultimi miei dieci anni di esistenza. E, guarda caso, si tratta di qualcosa che per anni mi hanno detto che non poteva essere manco considerata letteratura. Sì perché a me, all’università, m’hanno detto che quella roba lì non andava letta e che era paralatteratura -arciletteratura- roba d’evasione e intrattenimento. Insomma -mi si diceva- sono libri che vengono scritti pensando ai lettori. Che sfigati, no? Un autore che pensa al proprio lettore e non che stia scrivendo “per creare un’opera d’arte che rimanga nella storia e venga studiata per secoli e secoli amen”.

Trattasi della Trilogia di Valis (non DELLA Valis) di Philip K. Dick ovvero, popolarissima fantascienza oh mio dio! In cui si parla di depressione, suicidio, dio, pazzia, manicomi, droghe, dolore, amore, abbandono, malattia, fede… Si parla di tre uomini, o forse quattro, o forse uno solo, che legge la realtà. In cui per “leggere” intendo “dare un senso”. Che è una brutta malattia. Contagiosa (come la follia e l’essere autodistruttivi) e deleteria. Perché se tutto ha un senso, come facciamo a mangiare carne? Ah, no… quello era un altro libro. Comunque…

Io ho un sacco di amiche e parenti che c’hanno questa malattia. Quella di dare un senso alle cose. Perché se ti si rompe la macchina intanto che stavi andando in un posto è perché non ci dovevi andare. …è un segno, dicono. Horselover Fat (il nome più brutto che io abbia mai sentito attribuire ad un protagonista di un libro, peggio forse dei nomi che io stessa ho dato ai personaggi di Casseur…), dicevo, Horselover Fat -un grasso amante dei cavalli (ma c’è un senso, se si chiama così. Davvero)- in base a questi “segni” costruisce un mondo ed una storia ed una religione… una, come si dice, cosmogonia che mescola religioni differenti, filosofie orientali, saggezze arcaiche e deliri mistici. Tutto insieme, tutto mischiato, eppure tutto ha un senso.

Tra gli ingredienti non c'è il panino del MacDonald's...sarà un segno?

Ieri ho mangiato per la prima volta degli snack al gusto -GIURO- cipolla, senape e miele. Si chiamano Pauly e li producono in Pennsylvania. Sono andata a vedere su wikipedia cos’è la Pennsylvania ed è ho scoperto che è stato il primo Stato “quacchero” americano. E che i quaccheri, inizialmente, si facevano chiamare “Società degli Amici (di Gesù)”. PROPRIO COME il gruppo a cui fanno parte alcuni dei personaggi-chiave (uno è una rockstar che si fa chiamare “Mother Goose”) della trilogia di P.K. Dick. E ditemi se questo non è un segno!

Nel concreto i Pretzel Pete “Pauly” al gusto -GIURO- cipolla, senape, miele sanno dell’hamburger del MacDonald’s. Ma senza la stoppa della carne macinata. Non so perché…. ma nella loro croccantezza riescono a ricordare benissimo un panino del MacDonald’s. Che è buono. Diciamolo. Non mangio carne da diversi anni, ma mi ricordo che era buono. Letale, ma buono.

Facciamo un passetto indietro. Torniamo alla paraletteratura che, secondo definizione, dovrebbe essere quella che nasce con lo scopo di essere “consumata” e quindi viene creata pensando al consumatore ultimo, ovvero il lettore. Non credo di possa parlare di questo, in Italia. Credo, ahimé, che l’editoria di consumo del Belpaese, dovrebbe essere definita “letteratura da regalo”. Cioè che se guardi i libri primi in classifica (tipo ricette dei personaggi delle tivì, autobiografie dei personaggi della tivì o quella puttanata del libro delle risposte che -perdonatemi – ti fai un ghigno una volta e poi finisce lì, a meno che tu non voglia dare un senso e leggere dei segni in ogni puttanata, tipo l’oroscopo) sono “oggetti da regalo”. Fatti di proposito per essere imbustati nei sacchettini con il pattern di loghi della Casa Madre, regalati alla suocera, alla collega, all’amica superificialotta e bom. Messi in cucina a prender polvere.

E quindi no, non possiamo definire certa merda, “paraletteratura” per il rispetto che “scrivere pensando ai gusti del lettore” comporta.

Dall’altra parte cosa abbiamo?

Mi ricordo che in un’aula all’università, su un banco, qualcuno aveva inciso “Geppo legge i libri dell’Urania” come chiaro sfottò al “genere” in letteratura e a chi ne fruisce. Quella stessa università in cui il mio relatore, per la prima volta nella mia vita, m’ha fatto vergognare di essere dotata d’immaginazione. “Tzhé… -ha detto- a lei di certo, di originalità non gliene manca!”  E vaffanculo, allora. Vaffanculo a te, vaffanculo agli snob, all’èlite, alle robe banalotte col sapore banalotto fatte per assecondare lo pseudogusto del consumatore medio. A me piace la quel mix tra filosofia, psicologia, teologia, letteratura che è Philip K. Dick, a me piace Games Of Thrones e mi piacciono soprattutto i pretzel gusto -GIURO- cipolla, senape e miele della Pauly.

Che alla fine, secondo me, è che essendo privi del benché minimo-microscopico sentimento patriottico-nazionalista (anche nel senso buono del termine, cioè tipo non vergognarsi di essere italiani. Se vedo uno con mezzo tricolore addosso per esempio, o anche un po’ troppo tifoso di calcio, penso subito che sia fascista ), ci buttiamo sempre giù e pensiamo di non meritarci molto altro oltre ai libri di ricette della Clerici che canta “Le tagliatelle di nonna Pina” al festival di San Remo con dietro la fanfare dell’Arma dei Carabinieri. Ecco… noi siamo convinti di non meritarci molto altro e quindi, al massimo, abbiamo snack e libri innocui. Tutto ciò che è nuovo e/o diverso o orginale ci fa schifo.  Mai, mai… se non nel magico mondo del discount (che è un universo parallelo) sarebbe possibile per noi trovare dei salatini al gusto -GIURO- cipolla, miele, senape.

Spamma ovunque, dai!
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Valeria Disagio

Valeria nasce un lunedì di pioggia del novembre del 1982 a Varese. Diventa "Valeria Disagio" sull'orlo estremo tra l'adolescenza e l'età adulta. Ha esordito giovanissima con il romanzo "Casseur: la lotta, l'ebbrezza e la Città Giardino". Poi ha perso parecchio tempo nella precarietà del lavoro e nell'inquietudine politica. Ha scritto molti racconti, pamphlet e poesie. Ha gestito un blog - da cui è nato il libro "Discount or die" edito dalla Nottetempo - ha curato fanzine e cantato in collettivi punk. Ha intenzione di continuare a fare tutto questo.

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