I cereali. In tempi non sospetti…

Il riso Fantasia e quello con le Fave ORTO MIO:

La legge (della cottura) non è uguale per tutti

Ed è giusto ad un giorno dall’equinozio d’estate, che vado a recensire un piatto decisamente invernale, ma c’è un perché.

Trattasi di due cose:

1) una doppia recensione delle -si direbbe- pratiche confezioni di “Riso con fave” e di “Riso Fantasia” della Orto Mio. Che solo il nome è tutto un programma, poiché rimanda a quel gioco delle parole normali che però ricordano bestemmie come “Porco Diaz”, ma di questo abbiamo già parlato ( in Zio caro, che birre della Madonna) e torneremo a parlarne.

2) trattasi, come è costume, di un prestesto per raccontare una cosa. Una roba impegnata. Una roba brutta. E pensavo di farla in forma subdola che ci vuol capire capisce. Come nell’Epopea della democrazia dei biscotti (circa gli scontri del 15 ottobre scorso a Roma), ma ad essere sincera, sono cose così stronze, nauseanti ed ingiuste che sento la collera, come corrente elettrica, arrivare fino alla punta delle dita di mani e piedi. La rabbia che trasforma gli arti in artigli e la cieca, sorda, menomata impotenza di noialtri che, al massimo, tutto quello che possiamo fare, è scrivere una merda di recensione sui risotti della Orto Mio e infilarci -cercando di non essere pedanti- quelle due cosette che avremmo da dire in merito. Come diceva Billy Corgan? Despite all my rage, I’m still just a rat in a cage.

Facciamo finta, allora, che questa recensione sia un proiettile con delle ali da farfalla. Un proiettile che con ali di superficialità arriva comunque a schiantarsi nel cranio, magari solo scalfendo l’osso, o se proprio… magari solo attirando per un attimo l’attenzione, grazie al suo fugace sibilo.

Ma adesso inizia la vera recensione (con il suo sottotesto)… Ed inizia con un acronimo: A.C.A.B. All Cops Are Bastards. Che, in tempi non sospetti, prima di essere un titolo di un film e prima ancora di essere il titolo di un libro, era qualcosa che aveva il potere di accomunare davvero tutti. Skin, hooligans, sharp, anarco-punk, nazi, bulli di periferia, gang latine, triadi cinesi, mafiosi. Tutti uniti grazie all’odio per una determinata categoria. Gli sbirri. A.C.A.B. Tutti i poliziotti sono dei bastardi. Punto.

Sì, poteva anche aver ragione Pasolini, quando diceva:

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.

Ma di quando stiamo parlando? Quarant’anni fa? Ora le cose sono cambiate. All’Università non ci vanno solo i borghesi, come c’insegna quella schifossisima, falsa, paracula pubblicità dell’Enel (Quanta Energia c’è in un attimo?) in cui un poveraccio di operaio turnista fa una vita di merda per vedere il proprio figlio laurearsi. A quando il sequel, signor Saatchi e Saatchi? Quando ci farai vedere quel giovane laureato che dorvà comunque chiedere soldi al padre pensionato per i successivi vent’anni, gentile signor Saatchi&Saatchi, che tanto ci avevi deliziato con il tuo spot pro-nucleare?
E comunque, per quanto possano persino essere “i poveri”, credo che le Forze Armate (con gli amichetti Magistrati), in questi quarant’anni, abbiano collezionato parecchie “medaglie” per cui ce ne possiamo stracciare le palle delle spiegazioni socio-psico-padagogiche per cui, gli uomini in divisa, debbano essere violenti, repressi e poverelli… ma soprattutto impuniti.
Le confezioni di risotto Orto Mio, sebbene siano pratiche ed economiche, hanno il grosso difetto di voler mettere insieme troppe cose con tempi di cottura differenti per cui, terminati i tredici minuti indicati sulla confezione, avrai riso spappolato e colloso e fave troppo dure, per esempio. Lenticchie inesistenti e riso che fa “zuc-zuc” sotto i denti. Quindi no, non ne vale la pena, perché alla fine non puoi salvare niente. Non puoi separare microscopiche lenticchie, da piccolissimi chicchi di riso informe. E alla fine devi buttare tutto. Tutto nella spazzattura. Tutto è da buttare.
I tempi di cottura sono importanti. Ad ogni cereale corrisponde un numero preciso di minuti per ottenere la cottura ottimale. La legge (della cottura) non è uguale per tutti. In un sacchetto (società) in cui si mischiano elementi a cui si riserva un tempo di cottura (trattamento giudiziario) differente, si finisce per avere i deboli -povere piccole lenticchie arancioni- sparire/morire senza giustizia e al contrario, arroganti fave rimanere dure, crude e inscalfite nonostante i tredici minuti di bollore. Il risultato sappiamo qual è. Non si può salvare un piatto del genere. Tutto finisce dritto nel cesso.
Per quanto mi riguarda, se fossi una lenticchia arancione (e credo di esserlo), non vorrei mai vivere in un Paese, camminare per le strade di una città, in cui ci sono fave tanto arroganti. No. Non credo vi sia alcuna possibilità di trovare un compromesso e quei tredici minuti indicati sulla confezione (“la legge è uguale per tutti”) non solo sono falsi, ma oserei dire “criminali”, perché io -lenticchia arancione- nello stesso sacchetto di una fava verde, perisco. Lei, la fava, no.
I poliziotti che hanno ucciso Federico Aldrovandi sono stati condannati a tre anni ed una manciata di mesi. Pena poi, ulteriormente ridotta dall’indulto. Gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri probabilmente non andranno mai in carcere. Federico aveva 18 anni quando l’hanno ammazzato.
Un 32enne di Busto Arsizio (provincia di Varese) è stato condannato in primo grado, a tredici anni e sei mesi di carcere per aver sparato contro un poliziotto (senza ferirlo) la notte di Capodanno del 2012.
Il 14 giugno del 2008 Giuseppe Uva, un artigiano di Varese, venne fermato dai Carabinieri, nella notte per “disturbo della quiete pubblica”. Morirà il mattino seguente nel reparto psichiatrico dell’Ospedale di Varese. Prosciolto il medico, accusato di aver somministrato una quantità (o una combinazione) di farmaci letali, attualmente non esiste alcun soggetto iscritto nel registro degli indagati.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Ed è questo il mio proiettile… La speranza che, seppur nella goliardia e nella superficialità cazzona di questo blog, almeno uno di voi firmi l’appello.

Spamma ovunque, dai!
The following two tabs change content below.

Valeria Disagio

Valeria nasce un lunedì di pioggia del novembre del 1982 a Varese. Diventa "Valeria Disagio" sull'orlo estremo tra l'adolescenza e l'età adulta. Ha esordito giovanissima con il romanzo "Casseur: la lotta, l'ebbrezza e la Città Giardino". Poi ha perso parecchio tempo nella precarietà del lavoro e nell'inquietudine politica. Ha scritto molti racconti, pamphlet e poesie. Ha gestito un blog - da cui è nato il libro "Discount or die" edito dalla Nottetempo - ha curato fanzine e cantato in collettivi punk. Ha intenzione di continuare a fare tutto questo.

Lascia un commento